L’asse Italia-Usa sblocca lo stallo al G20 Clima ed energia di Napoli. Via libera al comunicato finale di 58 paragrafi, solo due rimangono fuori. Sono quelli che riguardano i tempi della decarbonizzazione su cui c’era l’opposizione di Cina, Russia e India. Appuntamento al G20 di Roma con i capi di Stato e di governo in agenda a ottobre

La due giorni di lavori del G20 Ambiente, clima ed energia si è conclusa con un applauso liberatorio che ha riempito il Palazzo Reale di Napoli, in una piazza Plebiscito blindata per il timore di assalti no-global. La ragione: l’assenso della Cina al documento finale su energia e clima, con il quale sono state superate anche le posizioni più dure, come quella dell’India.

Se ieri che si discuteva di ambiente era filato tutto abbastanza liscio con l’approvazione di un comunicato comune su tutela di ecosistemi e biodiversità, oggi la strada era in salita. Di trattativa “particolarmente complessa” ma anche di “risultato importante” ha parlato il padrone di casa, Roberto Cingolani, ministro della Transizione ecologica, chiamato a presiedere il primo G20 in cui clima e politica energetica e dunque industriale vengono affrontanti assieme. Basti pensare che la conferenza stampa attesa per le 17 è invece iniziata ben oltre le 18.

Sono stati proprio Cingolani e John Kerry, inviato speciale del presidente degli Stati Uniti Joe Biden per il clima, a procedere di concerto contattando uno per uno i delegati dei Paesi per arrivare a un documento condiviso. Già alla vigilia del summit su Formiche.net sottolineavamo l’intesa tra Roma e Washington.

Come previsto, la decarbonizzazione è stato il tema più difficile da affrontare. Da una parte Stati Uniti, Regno Unito e Unione europea, decisi ad accelerare sul passaggio alle fonti rinnovabili per contenere il riscaldamento globale al 2030 entro 1,5 gradi dai livelli preindustriali. Dall’altra Cina, Russia, economie emergenti e Paesi petroliferi: c’è chi, come Cina e India, non può rinunciare alle fonti fossili per alimentare la loro forte crescita, e chi, come Russia e Arabia Saudita, basa la propria economia sugli idrocarburi.

“Come vedete dallo stato della mia camicia, non è stato particolarmente semplice”, ha scherzato il ministro presentando il communiqué di 58 paragrafi e spiegando che due di questi sono rimasti fuori. “Non c’è disaccordo” bensì “disallineamento” con “quattro-cinque” Paesi su 20, ha spiegato Cingolani. Il primo punto è mantenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi in questa decade. Il secondo riguarda l’abbandono del carbone entro il 2025.

Abbiamo capito che “oltre un certo livello non si può andare”, ha spiegato Cingolani con riferimento ai due paragrafi. Il ministro, sottolineando che nessun Paese hanno messo in discussione l’accordo di Parigi, ha citato esplicitamente l’opposizione di Cina, India e Russia e ha evidenziando che alcuni suoi colleghi avevano bisogno di un confronto con il loro ministero delle Finanze vista la portata del tema. Per questo, entrambi i punti rimasti fuori dal documento finale di Napoli verranno discussi a ottobre al G20 di Roma riservato ai capi di Stato e di governo. Non senza un occhio alla Cop26, la conferenza delle Nazioni Unite che si terrà a novembre a Glasgow, organizzata dal Regno Unito in partnership con l’Italia.

Comunque, “quello che è successo oggi, quattro mesi fa era impensabile”, ha dichiarato con orgoglio Cingolani sostenendo che fino a poco fa molti Paesi di certe questioni non volevano “neppure parlare”.

Impossibile ignorare, però, che anche i Paesi più ricchi si trovino in difficoltà. Dinnanzi a loro la sfida degli impatti della decarbonizzazione sulle industrie nazionali, in particolare sull’automotive o sulle acciaierie. Un dilemma che riguarda da vicino l’Italia, come anche recentemente raccontato su Formiche.net.

Basti pensare che al termine della prima giornata di lavori il ministro Cingolani ha citato la vicenda dei gilet come esempio dei possibili “danni collaterali” della decarbonizzazione: una tassa sui carburanti imposta per spingere la gente ad andare meno in auto, è stata vista come un ulteriore balzello da chi (come gli agricoltori francesi) era costretto a usare il mezzo privato e non poteva permettersi un’auto elettrica. Altro problema speso citato dal ministro è stato il dumping ecologico: i Paesi più ricchi possono impegnarsi a produrre acciaio con tecnologie pulite, ma poi rischiano di subire la concorrenza dell’acciaio più a buon mercato prodotto da Paesi che non rispettano standard di sostenibilità.

(Foto: Twitter, @MiTE_IT)

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