La riorganizzazione voluta dal ministro leghista per ridefinire gli ambiti di competenza e le funzioni amministrative di una struttura che pianifica e determina la politica industriale e di rilancio del Paese. La sfida per mantenere l’Italia al secondo posto in Europa nell’industria manifatturiera è partita con un balzo record del Pil. Ora servono gli strumenti per vincerla

Sommerso dal clangore dello scontro sulla riforma della giustizia, in un passaggio che ha visto il governo per ore vivere pericolosamente con addirittura scenari di crisi sull’onda delle critiche dei Cinquestelle, e alla fine risolta positivamente grazie al paziente lavoro di tessitura del presidente del Consiglio Mario Draghi, è passato quasi inosservato il riassetto del ministero dello Sviluppo voluto da Giancarlo Giorgetti e approvato dal Cdm nella stessa seduta in cui è stata data via libera alla riforma predisposta dalla Guardasigilli, Marta Cartabia.

Eppure si tratta di un cambiamento importante che impatta sulla strategia di politica industriale dell’esecutivo dopo che alcune materie, come l’energia, sono state assegnate al Ministero per la transizione ecologica e dunque sottratte alla competenza del Mise. Il “dimagrimento”, chiamiamolo così, del dicastero di via Veneto, rappresenta tuttavia l’occasione per rimodellare strutture e direzione generali e renderle più aderenti alle necessità del Paese, in particolare sotto due profili: piccole e medie imprese e grandi filiere produttive nel quadro dell’innovazione industriale.

Il Ministero per lo Sviluppo economico fu modellato nel 2006 dal secondo governo Prodi, assorbendo il dicastero delle Attività produttive. Ma solo due anni dopo fu deciso di attuare la riforma Bassanini unificando nel Mise anche le funzioni del Ministero delle comunicazioni e del commercio internazionale. Un dicastero dunque con grandi competenze e possibilità di intervento in molti settori strategici. Tuttavia anche in qualche misura elefantiaco, con funzioni e operatività non sempre adeguatamente coordinate in maniera armonica.

Molta acqua è passata sotto i ponti da allora. Nuove necessità sono emerse assieme a nuovi bisogni da soddisfare. La riorganizzazione voluta dal ministro leghista nasce di qui: dalla volontà cioè, come si legge nella relazione che accompagna il provvedimento, “di ridefinire gli ambiti di competenza e le funzioni amministrative di una struttura che ha il compito di pianificare e determinare la politica industriale e di rilancio del Paese”.

Ed è proprio qui il core business del riassetto. Una delle principali novità sta nella creazione, su impulso diretto di Giorgetti, di una nuova Direzione generale dedicata alla riconversione industriale e alle grandi filiere produttive, che si occuperà di aerospazio, difesa, crisi d’impresa e amministrazioni straordinarie. In una fase di intensa trasformazione come quella che stiamo vivendo non sfugge l’importanza di mettere in moto strategie e strutture in ambito pubblico, rivolte ad accompagnare i processi di reindustrializzazione di aree e settori strategici che hanno importanti ricadute sia sulle capacità concorrenziali dell’industria italiana sia sull’occupazione.

In questo quadro altrettanta importanza ricopre l’istituzione di una Direzione generale specificamente dedicata all’innovazione e alle piccole e medie imprese, tessuto connettivo fondamentale del sistema produttivo nazionale da irrorare con ricerca, trasferimento tecnologico, digitalizzazione al fine di favorire lo sviluppo e valorizzare il patrimonio del Made in Italy che anche le recentissime e positive cifre del Pil  confermano essere un asset straordinario per la crescita dell’Italia.

Insomma, con una buona dose di sintesi, si può dire che l’obiettivo della riorganizzazione del ministero è duplice. Da un lato sostenere le Pmi che sono una specificità italiana e che affrontano un passaggio delicato anche alla luce delle iniziative europee del Fit for 55 sul quale Giorgetti è molto attento. Il ministro ha infatti lanciato l’allarme su trasformazioni e obiettivi che possono impattare in modo negativo su quella che è la spina dorsale industriale del Paese.

La tutela ambientale è fondamentale ed ineludibile ma non può essere attuata sulle spalle di alcuni Paesi privilegiando interessi di altri, tipo la Germania. Dall’altro organizzare un centro di ascolto strutturale e sistematico per avviare soluzioni e scelte anche fortemente innovative su tutti i terreni sui quali si sviluppa l’azione del dicastero: dall’industria all’innovazione, dalle Pmi alle startup, dalle cooperative alla tutela della proprietà industriale, dai servizi e le tecnologie di comunicazione alla sicurezza informatica.

L’obiettivo è rafforzare gli strumenti a disposizione del ministro, che potrà avvalersi in modo snello e incisivo, delle 9 Direzioni generali e del coordinamento attuato da un segretario generale.

La sfida per mantenere l’Italia al secondo posto in Europa nell’industria manifatturiera non ha bisogno di sottolineature. Il balzo del Pil cresciuto del 2,7 per cento rispetto al trimestre precedente e del 17,3 su base annua annuncia che la ripresa è in atto e che l’Italia recupera più di tutti gli altri Paesi europei, fatta salva la Spagna. Accompagnare e implementare una così positiva tendenza va nella direzione di salvaguardare l’interesse generale. Un ministero che si riorganizza per dotarsi dei mezzi per sostenere e consolidare quest’ondata, pure.

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