Nessun politico alla cerimonia d’insediamento del nuovo presidente iraniano: l’Italia, come gli altri Paesi europei, invierà solo l’ambasciatore. Riccardo Alcaro, coordinatore delle ricerche dello Iai, individua tre ragioni dietro questa scelta. Ecco quali

In vista della cerimonia d’insediamento del nuovo presidente iraniano Ebrahim Raisi, in agenda giovedì prossimo, l’Italia ha deciso di allinearsi agli altri Paesi europei: invierà una rappresentanza esclusivamente diplomatica, come rivelato ieri su Formiche.net. Una delegazione di più basso profilo rispetto a quella anche politica, con la presenza dell’allora sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola, che aveva preso parte all’evento del 2017 per l’inaugurazione della seconda amministrazione di Hassan Rouhani.

Analizzando la situazione con Formiche.net, Riccardo Alcaro, coordinatore delle ricerche e responsabile del programma Attori globali dell’Istituto affari internazionali, individua tre ordini di fattori diversi.

Il primo riguarda la situazione geopolitica generale. Rispetto al 2017 l’Iran si trova “in una situazione più critica”, spiega. Quattro anni fa “c’era un governo guidato da un pragmatico come Rouhani che, assieme al suo ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, aveva una chiara vocazione ad aprire la Repubblica islamica se non alla cooperazione, quantomeno al dialogo e all’interazione con i Paesi occidentali, in particolar modo quelli europei”, prosegue. E sottolinea come a ciò si aggiungesse “un orientamento non smaccatamente repressivo sul piano interno, sebbene avesse un raggio d’azione limitato dai conservatori e dalle Guardie della rivoluzione che fanno capo alla Guida suprema” Ali Khamenei.

Proprio di quell’ala conservatrice è espressione il nuovo presidente Raisi. Che sull’accordo nucleare del 2015 ha mostrato “un certo scetticismo, giustificato del resto dal ritiro unilaterale degli americani e dalle numerose sanzioni imposte, tra quelle sospese e quelle nuove”, prosegue Alcaro. “In questo momento gli iraniani stanno un po’ puntando i piedi: non vogliono più trovarsi in quella stessa situazione, e in più sono guidati da un’amministrazione decisamente più scettica”. I negoziati per la ripresa dell’accordo nucleare sono cominciati ad aprile sotto l’amministrazione Rouhani ma ora si sono arenati: “Proprio in vista di questo cambio di amministrazione, in questo momento, sta crescendo lo scetticismo sul ritorno all’attuazione dell’accordo”, aggiunge l’analista Iai. “Presumo ci sia un tacito accordo a livello europeo e tra europei e americani di non correre troppo: di lasciare che l’Iran prima rientri nell’accordo nucleare, assieme agli Stati Uniti naturalmente, e poi eventualmente valutare le forme di interazione”.

Il secondo fattore, legato inevitabilmente al primo, riguarda le altre dimensioni della politica regionale iraniana. “Mentre c’è ancora una certa speranza che un’amministrazione Raisi e la Guida suprema possano ritenere nel loro interesse tornare all’accordo, c’è grande scetticismo, se non sfiducia completa, sul fatto che si possa instaurare con l’Iran una relazione che non sia altro che competitiva”, prosegue Alcaro. Che aggiunge un elemento legato alla figura di Raisi, che “ha avuto una responsabilità nelle esecuzioni di massa di prigionieri politici verso la fine degli anni Ottanta e che da allora costituiscono una delle pagine più oscure della Repubblica islamica, molto contestata addirittura anche all’interno della leadership iraniana”: il calcolo di italiani ed europei potrebbe essere che “non è il caso di mostrare verso Raisi la stessa disposizione offerta a Rouhani”.

Il terzo e ultimo elemento ha a che fare con la mentalità della diplomazia e della politica italiane. “Si vedono sempre come potenziali attori di mediazioni, capaci di costruire ponti fra Paesi occidentali, in particolar modo gli Stati Uniti, e i loro principali rivali come Russia, Cina e Iran”, commenta Alcaro parlando di una “vocazione che ha un senso strategico”. Ma poi, prosegue, “non vanno mai oltre le parole, non prendono mai iniziative che effettivamente potrebbero caratterizzarli e rafforzare le credenziali che loro stessi si vogliono dare”. Un esempio? Quando gli E3 – Francia, Germania e Regno Unito – avevano messo in piedi il sistema Instex per facilitare il commercio con l’Iran aggirando le sanzioni americane, “gli italiani si rifiutarono per un motivo di prudenza o di una mentalità del tutto restia a prendere rischi”, ricorda l’esperto. “E questo contrasta un po’ con la stagione vissuta verso la fine dell’amministrazione Obama, quando l’accordo era stato firmato ma ancora ci si doveva districare in mezzo alle mille sanzioni che gli americani avevano mantenuto in piedi: a quell’epoca, il governo italiano si distinse per lo sforzo di creare uno strumento che aiutasse le aziende italiane a commerciare e investire con l’Iran”.

Qual è la situazione oggi? “Non è del tutto disperata”, risponde Alcaro: “Sia gli Stati Uniti sia l’Iran avrebbero interesse a tornare all’accordo. Ma le loro condizioni per farlo sono per ora incompatibili tra loro”, conclude.

(Foto: Tasnim News Agency, Wikipedia)

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