Un nuovo attentato in Iraq spiega come nel Paese le istanze dello Stato islamico siano ancora presenti e la leadership del gruppo fa ancora da colonna vertebrale all’organizzazione

Da mesi il CentCom americano dichiara pubblicamente che in Iraq lo Stato islamico si sta riorganizzando e sta pensando a un’ampia pianificazione delle proprie attività. Sconfitta nella sui generis dimensione statuale acquisita tra il 2014 e il 2016, l’organizzazione costruita da Abu Bakr al Baghdadi ha creato filiali in diversi parti del mondo che sono sopravvissute alla morte del suo leader, il Califfo.

L’attenzione del suo successore, Abu Ibrahim al-Hashimi al Qurashi, sembra focalizzata su un territorio, l’Africa centro-settentrionale, dove le istanze baghdadiste hanno più spazi per l’attecchimento. Tuttavia, il territorio mediorientale resta ancora centrale negli interessi del non-più-Califfato. Le condizioni generali dei paesi che ne hanno fatto da culla d’altronde non sono cambiate, e l’occasione di fare proselitismo non manca.

L’Iraq, appunto: due giorni fa lo Stato islamico è tornato a rivendicare un attacco a Baghdad, circostanza da tempo non più abituale. Come succedeva anni fa, sono stati colpiti gli “apostati” della capitale, ossia i musulmani sciiti, con un’esplosione in mezzo al mercato di Wahailat, a Sadr City. Trentacinque persone sono rimaste uccise (almeno una ventina donne e bambini) mentre facevano spesa per l’Eid al Adha (la Festa del Sacrificio che quest’anno va dal 19 al 23 luglio).

Come anni fa, l’attacco ha fine puramente propagandistico: serve a mandare il messaggio ai giovani sunniti in cui la suggestione della jihad si mescola con sentimenti di rancore verso il potere; il gruppo è presente, attivo, pronto all’attacco contro chi è responsabile delle sopraffazioni. Mentre in altre aree del paese gli attentati continua a esserci, a Baghdad quest’anno ce ne sono stati solo altri due: prima ad aprile, sempre a Sadr City, e prima ancora a gennaio nel mercato dell’abbigliamento nella zona di Bab al-Sharji.

Uno dei problemi è se queste azioni iniziano a essere mosse anche in concorrenza con quelle delle milizie sciite, che invece rivolgono il loro jihad contro le forze militari occidentali (prevalentemente americane) che ancora si trovano nel paese. Questa competizione sarebbe drammatica per l’Iraq, perché avrebbe come obiettivo l’accaparrarsi i consensi dei cittadini più giovani, portati ad affidarsi a qualche genere di estremismo davanti alle difficoltà economiche, sociali e politiche che il Paese sta vivendo.

Le milizie, tutte collegate a vario titolo e grado di legame con i Pasdaran iraniani, combattono l’Is. Nei giorni d’oro del Califfato, lo hanno combattuto fianco a fianco con le truppe occidentali, che ancora si trovano nel paese per finire il lavoro. Una presenza necessaria evidentemente. I miliziani celebrano gli arresti o le uccisioni dei baghdadisti; anche in questo caso lo fanno con fine propagandistico. L’Is preferisce non attaccarli in modo diretto e colpire i civili.

In mezzo si trovano le forze di sicurezza del governo di Mustafa al Khadimi, costretto a tenere una linea dura con i terroristi sunniti e una altrettanto severa con le milizie sciite collegate agli attori politici e mosse sotto direzione degli iraniani. Al fianco delle forze regolari ci sono i soldati occidentali, che forniscono addestramento costante a quelle unità di Baghdad e che nel prossimo futuro vedranno un aumento delle attività Nato a fronte di un sostanzialmente ridimensionamento di quelle solo-americane.

Queste attività Nato saranno guidate dall’Italia nel 2022, ossia quando il contingente dell’alleanza sostanzialmente dovrebbe prendere le redini della lotta al terrorismo e sostituirsi via via a quello che la Coalizione internazionale a guida statunitense sta facendo dal 2014 in termini di addestramento e advisory delle Forze armate e di sicurezza irachene. A queste ultime spetterà il compito formale di dare la caccia alla catena centrale dell’organizzazione, che resta strisciante in diverse aree del paese e da lì fornisce ancora coordinamento alle varie attività globali dello Stato islamico.

Come nel caso dell’Africa, dove il militante nigeriano Abu Musab al Barnawi gode di contatti diretti con la colonna centrale dell’organizzazione (forse anche con Quaraishi) e proprio per questo il gruppo che guida, la Provincia dell’Africa occidentale dello Stato islamico (acronimo inglese Iswap), si considera predominante rispetto a tutte le altre realtà jihadiste della regione. Un segnale negativo di quanto sta accadendo in Iraq sta anche nel nome de guerre con cui lo Stato islamico ha identificato l’attentatore di Sadr City: Abu Hamza al Iraqi, ossia era un giovane iracheno. Il servizio di sicurezza nazionale dell’Iraq (INSS) ha annunciato lunedì, nel giorno dell’attentato, l’arresto dell’Emiro di Baghdad, considerato il leader più importante  dello Stato Islamico (ISIS) nella capitale.

Condividi tramite