Il Libano sta scivolando verso il baratro: la situazione istituzionale, sociale, economica e securitaria è delicatissima. Il rischio è una nuova grande destabilizzazione nel Mediterraneo. L’Italia è chiamata ad agire in questa sfida complessa, spiega Matteo Bressan (Lumsa/Nato Foundation)

Tra poche settimane sarà un anno esatto dall’‘esplosione al porto di Beirut, che ha messo a nudo tutte le criticità del Libano. Criticità che non sembrano ancora superate se si considera che il Paese è ancora senza governo, e nei giorni scorsi il tentativo affidato all’ex premier Said Hariri è stato bocciato dal presidente Michel Aoun.

Dalla fine del 2019, la valuta libanese ha iniziato a perdere valore a causa della carenza di dollari e le banche hanno imposto limiti di prelievo sui conti in dollari. Il Pil del paese è sceso da quasi 55 miliardi di dollari nel 2018 a circa 33 miliardi di dollari l’anno scorso, con una media pro capite in calo di circa il 40 per cento. Il crollo del potere d’acquisto della sterlina libanese ha portato più del 40 per cento delle famiglie ad avere difficoltà nell’accesso ai generi di prima necessità. Nel frattempo, il tasso di disoccupazione nazionale è salito dal 28 per cento nel febbraio 2020 a quasi il 40 alla fine dell’anno. Secondo la Banca Mondiale, una contrazione così brutale e rapida è solitamente associata a conflitti o guerre.

“All’incapacità della politica libanese di dare risposte concrete e mettere in campo riforme chieste dalla Comunità internazionale si è poi aggiunta la pandemia del Covid-19 e quell’esplosione al porto di Beirut dello scorso 4 agosto che è costata la vita a 200 persone. A quasi un anno di distanza le famiglie delle vittime chiedono ancora che sia fatta giustizia e che venga tolta l’immunità agli otto alti responsabili che la Procura di Beirut vorrebbe interrogare”, aggiunge Matteo Bressan, docente di Relazioni internazionali e studi strategici alla Lumsa e analista Nato Foundation.

“Sul versante politico – continua – la rinuncia di Hariri di formare un esecutivo di personalità di alto profilo trova almeno due livelli di analisi. In primo luogo la rinuncia è il risultato della profonda disputa tra l’ex premier e il presidente Aoun e suo genero Gebran Bassil (feroce rivale di Hariri). Aoun ha respinto la composizione del governo proposta da al-Hariri e chiede l’aggiunta di altri due ministri cristiani, richiesta a cui Hariri si sarebbe opposto. La questione più spinosa sarebbe però il desiderio dell’86enne Aoun di essere rieletto per un altro mandato dopo la scadenza del suo attuale mandato, prevista a maggio 2022, o di assicurarsi che Bassil sia il prossimo presidente. Il presidente del Libano è eletto dal parlamento, che richiede l’approvazione di due terzi dei parlamentari. Aoun teme che se si tenessero elezioni anticipate, come richiesto da Hariri, il suo movimento, il Movimento Patriottico Libero, guidato da suo genero, possa perdere consensi. Infine va evidenziato che al di là dei veti alla formazione del governo Hariri, la credibilità del leader sunnita risulta compromessa come già emerso nelle proteste dell’autunno del 2019″.

Francia e Stati Uniti si sono intestati la guida di un processo internazionale che sta chiedendo ai politici libanesi di sbloccare lo stallo, auto-riformarsi e salvare il paese. Anche l’Arabia Saudita è attiva in queste iniziative negoziali, e pure Israele (circostanza rara) sembra essersi esposto per aiutare il Libano attraverso la missione Unifil. “L’input internazionale è partito proprio nel corso del G20 a Matera. L’Unione europea ha anche minacciato di imporre sanzioni ai funzionari libanesi che stanno impedendo la formazione di un nuovo governo. Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha additato la classe politica del Libano per aver sperperato gli ultimi nove mesi esortandola ancora una volta a mettere da parte, con urgenza, le differenze di parte e formare un governo al servizio del popolo libanese. Sulla stessa linea anche il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, che ha letteralmente accusato la classe politica libanese di autodistruzione”, spiega Bressan.

Per quanto riguarda gli attori regionali, molti osservatori collegano l’eventuale distensione della crisi libanese con l’andamento e la finalizzazione di un nuovo accordo sul nucleare con l’Iran: è giusto? “Questa lettura – argomenta il docente italiano – può essere certamente rilevante, ma potrebbe non esser sufficiente a colmare la profonda distanza tra ampli settori della società libanese e la classe politica. Incasellare esclusivamente la crisi che sta vivendo il Libano da ormai più tre anni con le dinamiche della contrapposizione tra Iran e Israele potrebbe esser riduttivo, a fronte di un paese che non ha l’architettura istituzionale per scegliere una classe politica alternativa a quella presente dalla fine della guerra civile e, in larga parte, proveniente da quel drammatico conflitto”.

La crisi del Libano non nasce nel 2019, in effetti, ma trae le sue origini con la guerra siriana e con l’instabilità che dalla Siria è divampata nella regione. Dal crollo del turismo e dell’edilizia all’impatto dei profughi siriani, per poi arrivare agli scontri tra forze dell’opposizione anti Assad e gli Hezbollah e, da ultimo tra gruppi jihadisti e gli Hezbollah. “Su questa storia Hezbollah aveva costruito una narrazione vincente e un consenso politico decisivo – continua Bressan – sia in ambito parlamentare sia per quelle che sono state le dinamiche che hanno portato all’elezioni del presidente Aoun. Anche l’Esercito Libanese, la LAF, ha contribuito negli anni più duri della crisi siriana, alla difesa dello Stato Libanese, pur condividendo in tutta la sua anomalia, il monopolio della forza con gli Hezbollah”.

Nei momenti più difficili l’Esercito Libanese ha rappresentato l’unico comune denominatore per i libanesi: oggi? “L’impatto della crisi economica sull’Esercito Libanese – risponde l’esperto – può avere conseguenze dirompenti. L’istituzione impiega all’incirca 80.000 uomini, la maggior parte dei quali guadagnava l’equivalente di 800 dollari al mese ma ora porta a casa tra i 70 e i 90 dollari. Queste cifre sono molto lontane da ciò di cui hanno bisogno i militari libanesi per sopravvivere, educare i loro figli e aver garantita l’assistenza sanitaria. Se, dopo la classe politica, dovesse implodere anche l’Esercito Libanese, verrebbe a mancare anche l’ultimo requisito essenziale dello Stato: il monopolio, pur con l’anomalia rappresentata dagli Hezbollah, della violenza”.

A quel punto resterebbe ben poco dello stato libanese… “Esatto, e questo rischio è stato ben compreso in Israele, che già lo scorso anno, proprio in occasione dell’esplosione al porto di Beirut, ha offerto assistenza umanitaria, ma è stata respinta. Anche in questi giorni il ministro della Difesa, Benny Gantz, ha offerto tramite i canali tra IDF e UNIFIL assistenza umanitaria al Libano”. Ma non è un aspetto singolare? “La dichiarazione di Gantz riflette un cambiamento nel modo in cui Israele vede gli eventi dall’altra parte del confine. In primo luogo, Israele è preoccupato dalla gravità della crisi interna del Libano, che si sta deteriorando rapidamente. In secondo luogo, è preoccupato dalla possibilità che l’Iran si proponga come salvatore del paese. Inoltre nonostante le critiche israeliane all’esercito libanese per il suo fallimento nel prevenire le infiltrazioni transfrontaliere e le accuse di legami con Hezbollah, Israele preferisce avere la LAF come fattore di stabilizzazione, specialmente se l’alternativa dovesse essere rappresentata da una maggiore influenza degli Hezbollah”.

Intanto c’è una data fissata dal Ministero degli Esteri francese insieme alle Nazioni Unite per il prossimo 4 agosto, in occasione della ricorrenza dell’esplosione al porto di Beirut, per una conferenza internazionale… “È presto per capire se in quell’occasione si saprà tracciare un percorso funzionale alla formazione di un esecutivo, oppure si cercherà di far arrivare, attraverso aiuti umanitari, il paese dei cedri alle prossime elezioni parlamentari previste nel maggio del 2022. È inoltre probabile che la nascita di un eventuale esecutivo di transizione, chiamato ad attuare riforme, andrebbe a beneficiare degli 11 miliardi di dollari di aiuti promessi dalla Banca Mondiale, dalla Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e dall’Arabia Saudita, che, inevitabilmente, verrebbero vincolati ad un efficace meccanismo di monitoraggio onde evitare scarsa trasparenza e corruzione”.

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