Il segretario del Pd ha detto la sua sui recenti provvedimenti per lo sblocco dei licenziamenti al festival di Repubblica a Bologna. Ma persino Maurizio Landini non ha avvalorato le tesi di Letta

Caro Letta, ci sei o ci fai? Capisco che ti sei trovato in Piazza Maggiore a Bologna, a fianco di Palazzo d’Accursio, il Cremlino della ex capitale del comunismo occidentale; che faceva un caldo torrido; che parlavi al popolo di Rep; che vuoi spostare a sinistra il baricentro del Pd. D’accordo: ma informati prima di prendere fischi per fiaschi. Telefona ad Andrea Orlando che ti spiega come stanno le cose.

Veniamo ai fatti. Al Festival di Repubblica, Enrico Letta, incalzato dalle domande di Marco Damilano e Tonia Mastrobuoni, ha detto la sua sui recenti provvedimenti per lo sblocco dei licenziamenti. “I 422 licenziamenti arrivati per mail ai dipendenti della GKN  sono inaccettabili. Era successo già alla Gianetti Ruote, in Brianza: 152 persone a casa. Se questo è l’andazzo, dobbiamo rivedere la norma del 30 giungo che pone fine al blocco selettivo dei licenziamenti’’. Certamente Letta “nipote” in questi giorni si è lasciato influenzare dai media – come sempre intenti a sparare sulla Croce Rossa – i quali hanno collegato le azioni di queste aziende scorrette all’avviso sottoscritto – in vista della fine del divieto di licenziamenti –dal governo, con Draghi in prima fila, e dalle più importanti parti sociali.

Premesso che la linea di condotta dei management di queste imprese è deplorevole ed inaccettabile, in quanto viola persino le regole della “buona creanza”, perché non compiono neppure lo sforzo di sedersi intorno a un tavolo con le rappresentanze dei lavoratori, se non altro per giustificare i motivi di una decisione tanto grave; premesso che il governo – anche se i suoi poteri sono limitati come si vede dalle tante vertenze che si trascinano al ministero dello Sviluppo economico – deve intervenire in tutti i modi di moral suasion: tutto ciò premesso, rimane comunque privo di fondamento che il gentlemen agreement del 30 giugno si riferisse anche alle aziende che licenziamo perché chiudono i battenti. E che, pertanto l’intesa sia saltata. Fin dall’inizio della pantomina del blocco, i casi di cessazione di attività sono sempre stati esclusi dal divieto, per  ‘’la contraddizion che nol consente’’ di “chiudere bottega” tenendosi a carico i dipendenti. Altrimenti non ci spiegheremmo perché si sia perso, in un anno, un milione di posti di lavoro, tra cui sono compresi anche i licenziati determinati dalla chiusura dell’attività economica dove essi prestavano la propria opera.

Persino Maurizio Landini, nel suo giro in Brianza, non ha avvalorato le tesi di Letta. Partecipando al presidio permanente dei lavori della Giannetti Ruote: “È un mio dovere essere qui oggi – ha detto il leader della Cgil -. Quello che è accaduto è inaccettabile sotto ogni punto di vista: l’aspettare da parte dell’azienda formalmente gli sblocchi per fare qualcosa che in linea teorica con i licenziamenti non c’entra nulla; qui non parliamo di un’azienda che non ha lavoro”.”Quello che stiamo vedendo in questi giorni non sono licenziamenti, sono delocalizzazioni”. Il riferimento riguarda anche la GKN: i licenziamenti via pec sono una scelta di politica industriale, di allocazione degli investimenti da parte di una multinazionale che ha ben 27 stabilimenti nel mondo. Si tratta indubbiamente di fatti molto seri; ma è corretto affrontare i problemi nella loro sede. Per capire le conseguenze effettive delle misure decise il 30 giugno scorso occorre monitorare ciò che sta succedendo a livello territoriale per quanto riguarda l’avvio – magari senza clamore sullo scenario nazionale – di procedure per i licenziamenti collettivi.

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