Il futuro del Paese è nei giovani che devono poter andare a scuola, socializzare, imparare, confrontarsi. Di persona. In presenza, come si direbbe in questo periodo. E allora… il commento di Antonio Mastrapasqua

In Germania la regola delle tre G (guariti, vaccinati o testati, in lingua tedesca) vale da maggio. In Francia la dottrina Macron (vaccinazione obbligatoria per la vita sociale) è arrivata a luglio. In Italia, finalmente, ci siamo accodati – con qualche disallineamento “all’italiana” – a partire dal 6 agosto. Diciamo a cose fatte, o quasi, visto che tutti i movimenti turistici – e “di popolo”, comprese le feste per gli europei di calcio – svoltisi per mezza estate sono andati come sono andati.

Il ritardo ci distingue sempre. L’eccesso di discussione partitica che offusca il ruolo delle Istituzioni continua a complicare la vita pubblica italiana. Marco Pannella ripeterebbe che siamo in una partitocrazia, non in una democrazia compiuta; difficile dargli torto, anche se postumo. Al netto di molte stranezze (discoteche chiuse e palestre aperte; trasporti senza obbligo di green pass; etc.), il timore – ed è qualcosa di più – riguarda settembre con la riapertura delle scuole. Possibile che si debba arrivare sempre all’ultimo momento per dire chiaramente quali responsabilità si assume lo Stato?

L’anno scorso l’ignobile farsa dei banchi con le rotelle ci portò a una ridicola gara di appalto alla metà di agosto. Poi tutti si accorsero che si trattava di una follia bell’e e buona. Con qualche sospetto peggiore. E ci siamo dovuti accontentare della Dad (senza rotelle), che, come hanno dimostrati i dati Invalsi, ha messo del suo nell’aggravare l’ignoranza dei nostri studenti.

Oggi, a fine luglio, che cosa aspettiamo per evitare una nuova stagione di Dad? La didattica a distanza si è rivelata una ragione in più per dividere l’Italia, tra fortunati e sfortunati, tra abbienti e meno abbienti, tra connessi e sconnessi della Rete. Alla faccia dell’inclusione che oggi è diventato l’obiettivo di ogni ventilata sostenibilità. E che da sempre dovrebbe essere la caratteristica principale dell’impegno scolastico. Includere, per dare a tutti le stesse condizioni di partenza nell’avventura della vita.

Eppure, siamo ancora ad aspettare un verbo chiaro e articolato da viale Trastevere. Il ministro Bianchi ci ha rassicurato che l’85% del personale docente è già vaccinato. Fonti “neutrali” – l’infettivologo Bassetti – stimano il 75%. Tra la fine di luglio e l’inizio di settembre ci sarebbe tutto il tempo per raggiungere il 100%, o per definire con chiarezza e responsabilità le condizioni per autorizzare o meno gli insegnanti a tornare in classe. Ma di certo a tornare in classe hanno diritto gli studenti. Da vaccinare anche loro?

Il tema e la risposta non sono argomenti dell’ideologia. E nemmeno dell’eterno dibattito tra partiti e dentro i partiti. La questione riguarda lo Stato e le sue responsabilità. Ci sono decisioni che devono essere assunte – sempre nel rispetto del diritto – ma con la delega implicita che i cittadini danno e hanno dato nell’affidamento del contratto sociale.

Il futuro del Paese è nei giovani che devono poter andare a scuola, socializzare, imparare, confrontarsi. Di persona. In presenza, come si direbbe in questo periodo. La didattica a distanza può essere un surrogato di breve periodo, e richiederebbe – pure essa – una programmazione che non è in nessun programma del Ministero.
La questione non è inseguire il dibattito sulle ragioni o sui torti dei no vax, né si tratta di solleticare le suggestioni libertarie o rigoriste. Lo Stato deve chiarire come far funzionare la scuola nel pieno diritto degli studenti e delle loro famiglie.

Se per andare al ristorante – nelle sale al chiuso – è necessario il Green pass, come si potrebbe argomentare che in un’aula con trenta ragazzi e un insegnante non è prevista nessuna regola per la sicurezza di tutti? La mancanza di risposte tempestive non è destinata ad annullare le domande. E la domanda fondamentale è questa: come evitare che chi frequenterà le aule scolastiche possa venire a contatto con soggetti contagiosi. La risposta non può essere calciare la palla in tribuna, nel caso si scopra un focolaio, e chiudere, rifugiandosi nella Dad. Vorremmo abolire l’acronimo dai nostri dibattiti. E sapere se lo Stato c’è, anche a scuola.

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