Il Monte dei Paschi rimane nello stallo più totale, in attesa di uno sposo. Ma al Mef non demordono: gli incentivi fiscali in caso di deal, vicini alla scadenza, potrebbero essere estesi mentre prende di nuovo corpo lo spin off dei contenziosi legati alle passate gestioni di Mps, per stuzzicare gli appetiti su Siena. Intanto il viceministro Castelli avvisa, prima il nuovo assetto poi il rilancio della banca

Parafrasando Mario Draghi, tutto il possibile per restituire il Monte dei Paschi di Siena al mercato, dopo la nazionalizzazione (5,4 miliardi) del 2016. Il risiko bancario, quello di grosso calibro almeno, di cui Formiche.net ha raccontato stop&go di questi mesi di pandemia, non è decollato. Nessuno ha mosso con convinzione su Rocca Salimbeni, la banca più antica del mondo devastata da anni di gestione allegra, i contratti derivati Santorini ed Alexandria ne sono l’emblema, e oggi schiacciata sotto il peso di perdite (2020) per 1,6 miliardi di euro, accentuate dalla pandemia e dall’ancora enorme stock di Npl.

BONACCIA DI LUGLIO SU MPS

Non Unicredit, non Banco Bpm, non Bper, almeno per il momento. E non sembra funzionare come dovrebbe la possibilità di beneficiare di incentivi fiscali, le famose Dta, per oltre 2,9 miliardi, in caso di deal. Per usufruirne ci sarebbe tempo fino al 31 dicembre, con la sola delibera del board, senza dunque il passaggio supplementare in assemblea. Non è bastato a smuovere gli animi. Al Tesoro, come rivelato nei giorni scorsi da questa testata, c’è una certa apprensione, condita di alcuni tentativi per dare una spallata alla situazione.

L’ipotesi di una proroga delle Dta al primo semestre del 2022 (lo Stato, azionista al 64%, dovrebbe uscire dal capitale entro giugno 2022, a meno di chiedere un rinvio per il disimpegno all’Ue) rimane sul tavolo, con l’obiettivo di dare più tempo alle banche in pista di vincere le remore di azionisti e manager (il ceo di Unicredit, Andrea Orcel avrebbe chiesto condizioni ritenute molto stringenti dal Tesoro stesso). Anche perché in caso di Ops, servirebbero non meno di quattro mesi per concludere l’operazione, con il serio rischio di sforare la deadline del 31 dicembre e mancare i benefici fiscali. Ma, come raccontato dal Corriere della Sera, ci sarebbe anche una proposta inedita – che però taglierebbe fuori Mps – da parte di Unicredit nei confrtonti di Banco Bpm. Una fusione ma senza ricorrere alla tradizionale Ops in Borsa. Sarebbe un unicum nel panorama bancario italiano.

LE CARTE DI DRAGHI

C’è però una terza carta da giocare. E cioè lo spin off dei circa 10 miliardi di rischi legali legati a Mps, a cominciare dai contenziosi con gli ex azionisti e da sempre freno a una privatizzazione di Mps. Nei giorni scorsi l’istituto diretto da Guido Bastianini ha raggiunto un’intesa transattiva con il suo ex azionista Fondazione Mps sulle richieste risarcitorie da 3,8 miliardi. Richieste avanzate lo scorso anno in relazione alle perdite subite dall’ente per effetto dell’acquisizione di Antonveneta e per l’adesione agli aumenti di capitale del 2011, 2014 e 2015.

Ora, secondo quanto riportato da Reuters, Via XX Settembre avrebbe deciso di rispolverare il progetto di spin off dei rischi legali di Mps, scorporandoli dalle attività sane. E così, dopo l’accordo con il vecchio azionista per quasi 4 miliardi, il Tesoro starebbe lavorando alla definizione di ulteriori accordi che portino il monte-rischi legali sotto quota 5 miliardi. In particolare il Mef punta secondo le fonti consultate da Reuters a uno schema di scissione di un compendio aziendale con dentro i rischi legali del Monte, opzione peraltro già presa in considerazione nei mesi scorsi e che, sottolinea una delle fonti, richiede un negoziato con le autorità europee per il rischio di aiuti di Stato.

SOLUZIONE CERCASI

Il silenzio e i rumors su Mps sono stati spezzati però dallo stesso governo Draghi, intervenuto questa mattina in commissione Banche, per mezzo del viceministro dell’Economia, Laura Castelli.  La quale ha fornito una serie di aggiornamenti utili a capire a che punto sia la partita di Mps. Tanto per cominciare ad oggi “solo il Fondo Apollo ha chiesto l’accesso alla data room (la stanza virtuale con tutti i dati della banca, anche quelli più sensibili, ndr), per l’avvio di un’operazione di aggregazione con Mps. Una cosa è certa, non ci può essere nessun piano industriale e dunque rilancio della banca se prima non si trova un assetto chiaro e duraturo, che non può prescindere dall’uscita dello Stato.

La Commissione Ue, “nelle interlocuzioni avute con la banca, non si è ancora espressa sul contenuto del nuovo piano. Un’eventuale decisione potrà presumibilmente arrivare solo dopo che si definisca la questione degli assetti futuri”, ha spiegato Castelli. In ogni caso è stato rappresentato che “l’eventuale assenso al nuovo piano” sarebbe subordinato a “ulteriori misure di compensazione da definire con la stessa commissione” Ue.

IL COMMENTO DI CARLA RUOCCO

Carla Ruocco, grillina della prima ora e presidente della commissione Banche, ha dato la sua lettura dell’audizione di Castelli, secretata per gran parte dell’intervento. “Quella odierna è stata una giornata importante. Parliamo di soldi dei cittadini, di risparmi di una vita e di un istituto che lo Stato controlla con una quota di maggioranza la cui dismissione è vincolata da precisi accordi con l’Europa. Abbiamo voluto far chiarezza su un imminente aumento di capitale (2,5 miliardi, nel 2022, ndr), una possibile fusione o cessione, anche parziale, degli sportelli e sulle intenzioni del ministero dell’Economia circa la possibile proroga del termine stabilito per le operazioni di aggregazione aziendale”. Nessuna svendita e occhi aperti, insomma, secondo la più tradizionale linea pentastellata.

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