Intervista a Michele Nones, vice presidente dello Iai, sulla nuova Direttiva per la politica industriale della Difesa targata Lorenzo Guerini, che riconosce l’importanza delle capacità tecnologiche del settore come uno dei fattori che caratterizzano un Paese moderno. L’export militare? “Serve un Comitato interministeriale”

La politica industriale della Difesa viene finalmente elevata a elemento fondamentale della politica militare del Paese. Michele Nones, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), riassume così a Formiche.net la nuova Direttiva per la politica industriale della Difesa targata Lorenzo Guerini. Una trentina di pagine per sette linee di sviluppo, otto linee d’azione e un unico obiettivo: un “sistema Difesa”, integrato, a servizio del Paese, in grado di soddisfare le esigenze delle Forze armate e di preservare le eccellenze tecnologiche del comparto industriale.

Quale è il messaggio principale della nuova Direttiva?

Direi, prima di tutto, che è fondamentale che il ministro della Difesa abbia voluto emanare una direttiva su questa materia, poiché così riconosce l’importanza delle capacità tecnologiche industriali di questo settore come uno dei fattori che caratterizzano le capacità di difesa e sicurezza di un Paese moderno. In altre parole, eleva tali capacità allo status di elemento fondamentale della politica militare del Paese.

Una novità?

Sì. C’era già stato un passo importante con il Libro bianco della ministra Pinotti, sei anni fa, che per la prima volta dedicava un capitolo specifico alle tematiche industriali. Poi, tuttavia, l’attuazione pratica era stata demandata a un altro documento, la Strategia industriale e tecnologica della Difesa, predisposta dal segretario generale e direttore nazionale armamenti. Qui si fa un passo in più. È il ministro in persona a dire quali sono le linee da seguire nella costruzione della politica industriale della Difesa. In qualche modo mette sullo stesso piano i temi industriali e tecnologici con le direttive emanate in passato dai ministri sulla politica militare e l’organizzazione delle Forze armate.

Tra gli obiettivi ce ne sono molteplici che guardano oltre i confini nazionali. Quale è secondo lei il più rilevante?

All’interno del documento trova ampissimo spazio prima di tutto la problematica dell’internazionalizzazione delle imprese italiane, sia come presenza sui mercati, sia come accordi di partnership con altre imprese europee e internazionali. In questo senso appare significativo che lo stesso sostegno ai programmi di ricerca e sviluppo in ambito nazionale venga visto anche nell’ottica di rafforzare le imprese italiane così che si presentino più competitive nei rapporti con altri partner.

Rafforzare il supporto all’export (come spiega la direttiva) può aiutare?

Certo. L’internazionalizzazione delle imprese passa per due canali: le collaborazioni e partnership industriali tra imprese italiane ed estere, e l’export inteso come accordi di collaborazione dell’Italia con altri Paesi. Tutto questo va letto anche alla luce delle criticità emerse di recente per quanto riguarda la legge 185 del 1990 (che regola l’export del settore, ndr), in particolare la necessità di avere un Comitato interministeriale che decida le linee della politica esportativa. Ma le difficoltà sono emerse anche nella gestione degli accordi g2g, legate all’esigenza di un regolamento più completo ed efficace per la gestione di tali accordi. Anche di questo si parla nella direttiva.

L’idea di “sistema-Difesa” passa anche per un maggior coordinamento con gli altri dicasteri, a partire dal Mise…

Sì. La politica industriale della Difesa deve marciare in parallelo con la politica industriale che fa capo al ministero dello Sviluppo economico. In tal senso, il documento si allinea a quanto emerso dall’incontro di mercoledì tra i due ministri, che hanno deciso di avviare una collaborazione più stretta e sistematica tra le loro amministrazioni.

A coordinare gli obiettivi della Direttiva ci sarà un apposito tavolo tecnico, il Ttpi. È una giusta strutturazione?

Credo di sì. Parteciperanno come membri permanenti  rappresentati del gabinetto del ministro, di SegreDifesa e dello Stato maggiore della Difesa. Poi, caso per caso, saranno chiamati altri dicasteri, industrie ed enti interessati alle varie tematiche. Il fatto che il coordinamento della politica industriale della Difesa trovi un suo strumento operativo in un tavolo tecnico organizzato dallo stesso gabinetto del ministro conferma la volontà di quest’ultimo di seguire puntualmente quelle che saranno le future scelte importanti in materia di politica industriale, tecnologica, delle alleanze e di razionalizzazione del comparto Difesa a livello europeo e internazionale.

A proposito, la cooperazione europea (a partire dalla Difesa comune) è citata molte volte lungo tutta la direttiva. È ormai una dimensione imprescindibile per la Difesa nazionale?

È la linea indicata in più occasioni dal ministro: rafforzare il ruolo dell’Italia nella costruzione di una politica europea di sicurezza e difesa nel quadro dell’alleanza transatlantica. L’obiettivo di potenziare la presenza italiana in Europa è promosso nella consapevolezza che questo consentirà un rafforzamento della stessa alleanza atlantica, in una logica di coerente collaborazione.

Al netto della dimensione europea, gli unici due Paesi oltre l’Italia citati nella Direttiva sono Regno Unito e Stati Uniti. È anche questa una linea?

Sì. Fuori dall’Unione europea resta l’impegno alla collaborazione con il Regno Unito. A livello transatlantico il partner di riferimento sono gli Stati Uniti.

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