Scuola e formazione sono l’obiettivo vero verso cui volgere l’attenzione, se non si vuole continuare ad oscillare tra i peana – di breve periodo – e i rituali da maestrina con la penna rossa. Antonio Mastrapasqua analizza il flop del Concorso Sud della Pubblica amministrazione

Non è mai simpatico dire: l’avevamo detto. Soprattutto quando l’affermazione si riferisce a una realtà negativa. Gianni Trovati sul Sole-24 Ore di giovedì scorso – a margine del nuovo flop del Concorso Sud della Pubblica amministrazione – fotografava l’incapacità della Pa di “attrarre giovani motivati”. Un paio di mesi fa, anticipando il sondaggio di Proger Index Research (“La Pa vista dai giovani”), proprio su questa testata, scrivevamo che il 70% degli italiani tra i 25 e i 35 anni dichiara di non voler lavorare nella Pa. E le motivazioni della maggioranza di quel modesto 20% del campione che si mostrava interessato a prendere in considerazione un’occupazione nella Pa, si riducevano all’obiettivo del “lavoro sicuro”.

La realtà è chiara. Non sempre sembrano altrettanto condivise le ragioni che la spiegano. Difficile condividere la tesi di coloro che vorrebbero caricare di responsabilità la Pa: nei tempi della narrazione e dello storytelling abbiamo imparato che la percezione dipende da come si raccontano le cose. E il racconto sulla Pa è, non da oggi, ipercritico, non sapendo mai distinguere tra una burocrazia buona e burocrazia cattiva. Allo stesso modo non ci uniamo al coro – per ora solo sussurrato – di chi, dopo aver cantato le lodi del nuovo e positivo approccio del ministro Brunetta ai problemi della Pa, insinua qualche dubbio: “il problema principale da affrontare non è di procedure” e non si risolve per decreto legge. Ma gli strumenti sul breve sono quelli, e averne verificato la capacità ridotta non giustifica lo sberleffo. Anzi, si dovrebbe avere il coraggio di mirare al bersaglio grosso: a chi educa e forma i nostri ragazzi e a chi forma e aggiorna i nostri lavoratori.

Scuola e formazione sono l’obiettivo vero verso cui volgere l’attenzione, se non si vuole continuare ad oscillare tra i peana – di breve periodo – e i rituali da maestrina con la penna rossa.

Non ho un approccio fideistico alle classifiche internazionali, ma l’Ocse pone la media della scuola italiana al 36° posto tra i 57 Paesi monitorati dall’Organizzazione. I Test Pisa non saranno il Vangelo, ma qualcosa sapranno dire della capacità degli studenti di “comprendere, utilizzare, valutare, riflettere”. A questo possiamo aggiungere, purtroppo, che l’analfabetismo digitale – al di là dell’uso forsennato di tablet e smartphone – dei giovani italiani (anche dei meno giovani) è conclamato, così come è notoria la triste leadership italiana tra i giovani Neet (Not in Education, Employment or Training, cioè i giovani che né studiano, né lavorano). Ce ne sarebbe abbastanza per un programma di profonda riforma della scuola italiana, e speriamo che il ministro Bianchi stia predisponendo tutte le iniziative per evitare che nei prossimi anni ci si trovi a ripetere che i nostri giovani sono ignoranti e sfiduciati.

Ci sarebbe da plaudere ai titoli – e dei relativi investimenti – della missione 4 del Pnrr: sviluppo del sistema di formazione professionale terziaria ITS (1,5 miliardi), orientamento attivo nella transizione scuola-università (250 milioni: forse un po’ poco), Scuola 4.0 (con la previsione di 2,1 miliardi). Aspettiamo che dai titoli si passi ai programmi, sperando che la “Scuola 4.0” (qualunque cosa sia) non somigli troppo a quella attuale, molto concentrata sui diritti del personale docente e non docente e non sempre rivolta alle necessità dei giovani e delle loro famiglie.

Vogliamo parlare della formazione e delle politiche attive del lavoro? Regionalizzate e sostanzialmente gestite da un bilateralismo che evidentemente non ha prodotto risultati adeguati. Siamo il Paese con le peggiori performance dei Centri per l’impiego e siamo il Paese che più ha ostacolato l’incontro tra scuola e lavoro. Se poi i giovani arrivano impreparati al mercato del lavoro non possiamo buttare la croce addosso al datore di lavoro, pubblico o privato che sia. E se la generosità delle politiche passive e i sussidi a pioggia generano una discreta predisposizione a sottrarsi al lavoro non può essere argomento di una lamentazione sulla scarsa disponibilità ai concorsi pubblici.

C’è un problema retributivo nella Pa? Il ministro Brunetta lo ha paventato, a fronte dello scarso risultato del Concorso Sud. Così come lo hanno suggerito molti di coloro che hanno ritenuto eccessivo lo scandalo sullo spread tra domanda e offerta di lavoro nel commercio e nel turismo. Che il nostro Paese abbia retribuzioni mediamente più basse dei principali Paesi europei è noto. Come è noto che abbiamo un non invidiabile record del costo del lavoro. Ciò detto, se il dopo-Covid è un vero dopoguerra, credo che sia inopportuno farne “solo” una questione di soldi. Puntiamo alle competenze, alla formazione efficace e alla selezione per merito. E forse è il caso di rammentare la frase di Aldo Moro: “Questo Paese non si salverà, la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”.

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