Le regioni meridionali non sono affatto alle soglie della desertificazione industriale come hanno ripetuto spesso negli ultimi anni i ricercatori della Svimez. La fabbrica Stellantis a Termoli lo dimostra. Il commento di Federico Pirro, docente all’Università di Bari

L’annuncio dato dal ceo di Stellantis, Carlo Tavares, di voler realizzare la terza gigafactory del gruppo da lui guidato nello stabilimento molisano di Termoli è stato salutato con grande soddisfazione da esponenti del governo che stavano lavorando da mesi su questo progetto in cui potrebbe anche essere impegnata la Cassa Depositi e prestiti come partner finanziario.

Al momento bisognerà definire ancora molti dettagli di questo disegno che comunque valorizzerà quel sito in cui – nonostante l’ampia gamma di prodotti in linea, ovvero i propulsori Fire 8 e 16 valvole, le produzioni Premium T4 per motori 2.0 a benzina e 3.0 V6 e la nuova area Gse Firefly – i volumi di produzione erano in calo, a causa del progressivo affermarsi della propulsione elettrica, con crescente ricorso alla cassa integrazione per i 2.400 occupati dell’impianto.

L’investimento previsto nel Molise ammonterebbe ad 1,5 miliardi di euro, ma non è ancora noto se la produzione di batterie elettriche sostituirà in toto o in parte quelle attuali. Comunque, pur se il programma di investimenti dovrà essere definito in tutti i suoi particolari, l’annuncio di Tavares segue a qualche settimana di distanza l’accordo che è stato sottoscritto con i sindacati per lo stabilimento di S.Nicola di Melfi (Potenza), ove a partire dal 2024 si costruiranno su una sola linea ma potenziata 4 nuovi modelli elettrici, nel mentre si continuerà la produzione attuale di Jeep Renegade, Jeep Compass elettrica e 500X.

Il sito lucano – che è la più grande fabbrica di auto in Italia e il secondo stabilimento manifatturiero del Paese con i suoi 7.200 addetti diretti, alle spalle del siderurgico di Taranto che ne occupa 8.206 – potrà in tal modo potenziare le sue produzioni che punteranno sempre di più su quelle a trazione elettrica. Questi due eventi che interesseranno due impianti di Stellantis nell’Italia meridionale confermano anch’essi – ove pure ve ne fosse bisogno – che le regioni meridionali non sono affatto alle soglie della ‘desertificazione industriale’ come hanno ripetuto spesso negli ultimi anni i ricercatori della Svimez, anche se per la verità da quando il loro vicedirettore Beppe Provenzano è divenuto ministro per il Sud e la coesione nel secondo governo Conte hanno mitigato parecchio il loro pessimismo. L’industria nell’Italia del Sud invece è molto articolata per settori, dimensioni e territori e, pur non potendosi certo paragonare con quella del Nord per numero di fabbriche e di addetti e per fatturato, ha raggiunto tuttavia una consistenza che in specifici comparti è di assoluto rilievo nazionale.

Ci riferiamo in particolare alla siderurgia da ciclo integrale, alla petrolchimica – con le estrazioni petrolifere in Basilicata e in Sicilia, la raffinazione nei grandi impianti del Siracusano, nel Messinese a Milazzo, a Sarroch nel Cagliaritano e a Taranto – e alla chimica di base con gli stabilimenti della Versalis di Brindisi e Priolo. Ci riferiamo alla produzione di autoveicoli fra Pomigliano d’Arco, Sevel in Val di Sangro (Chieti) e S.Nicola di Melfi nel Potentino, cui si affiancano grandi fabbriche di componentistica fra le quali spiccano quelle di Gruppo Adler, Marelli, TD-Bosch, Dayco, Denso Manufacturing, Magna, Skf, Bridgestone, Dana.

Ma ci riferiamo anche alle costruzioni aeronautiche nei grandi siti di Leonardo Divisione infrastrutture di Pomigliano, Foggia e Grottaglie, di Avio Aero e della Salver; ci riferiamo alla navalmeccanica da Castellammare di Stabia a Napoli, da Messina a Palermo, all’Ict con il grande polo della STMicrolectronics a Catania, all’industria farmaceutica con i big player Novartis, Sanofi, Merck, Pfizer, Kedrion; ci riferiamo all’industria agroalimentare che è diffusa in tutto il Mezzogiorno dall’Abruzzo alla Sardegna, con big player italiani ed esteri, dalla Ferrero alla Barilla, dalla Granarolo alla Birra Peroni-Asahi, dalla Coca Cola alla Heineken, dalla De Cecco alla Divella, da Casillo alla Pasta Garofalo, dai Pastificatori di Gragnano ai produttori di mozzarelle da latte bufalino.

E come dimenticare l’industria energetica – che vede fra l’altro la Puglia prima produttrice in Italia di energia da fonte eolica e fotovoltaica – e l’industria cartotecnica con i grandi impianti fra gli altri della Seda nel Napoletano e della Fater a Pescara? E potremmo continuare a lungo. Ma i lettori che già in passato hanno avuto la cortesia di seguirci su questa testata sanno che più volte chi scrive è tornato a focalizzare il tessuto industriale localizzato nel Mezzogiorno la cui consistenza consente di impiegare migliaia di addetti e creare speranze di occupazione per tanti giovani in formazione nelle scuole e nelle Università meridionali.

Questo tessuto industriale andrà ulteriormente consolidato, territorialmente diffuso ed anche difeso in alcune zone dall’estremismo di settori dell’ambientalismo meridionale che vorrebbero la chiusura di determinati siti – vedi il caso emblematico del Siderurgico di Taranto. Con il rischio di distruggere quanto è stato ottenuto e difeso in 70 anni di politica meridionalistica e di intervento dello Stato nel Mezzogiorno. Invece difendere in logiche di ecosostenibilità l’apparato di produzione industriale del Mezzogiorno significa contribuire alla difesa di segmenti strategici dell’industria italiana che ritrova proprio nel Sud molti pilastri produttivi di assoluto rilievo che concorrono al ruolo dell’Italia come secondo Paese manifatturiero d’Europa per il valore aggiunto.

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