Draghi non è un mago, sono gli altri che gli stanno un passo indietro. Da Letta a Meloni, non c’è una proposta che odori di politica nuova, capacità propositiva zero. Ora il premier ha un ultimo doppio passo da fare per dribblare i partiti, ecco quale. Il commento di Gianfranco Pasquino

Gli amici al bar del Giambellino dicevan ch’era un Draghi (chiedo scusa, un mago).” Eh, no, replicò da Roma, l’avversaria Giorgia Meloni, è un seminatore di terrore. Altri amici/nemici scalpitavano un giorno sì e l’altro anche, ma qualsiasi terreno di scontro scegliessero andavano a sbattere. Il Draghi li rintuzzava, più o meno severamente, e tirava innanzi.

Sembrava che il politico di doti inaspettate fosse lui, ma a qualcuno veniva il sospetto che quello che Salvini e Meloni enunciavano fosse una politica vecchia e stantia e quello che Letta pronunciava fosse sempre un passo indietro, al massimo di fianco al Draghi, rispetto ai problemi da affrontare.

Draghi era partito, seppure leggermente preoccupato dal peso dell’incarico, con un paio di vantaggi: quel che aveva fatto Conte, quel che sapeva bisognava fare. Adesso gode di alcuni meriti: avere sempre affrontato (e superato) gli ostacoli, essere percepito, soprattutto in Europa, come l’unico che può spingere l’Italia nella direzione giusta e obbligarla a seguire quella direzione. Appare insostituibile. Il semplice esercizio mentale di immaginare Salvini o, addirittura (proprio questa parola ho scelto) Meloni a capo del governo italiano, appare quasi terrorizzante (anche questa parola è davvero appropriata).

Le capacità propositive dei leader dei partiti che sostengono Draghi appaiono vicinissime allo zero. L’agenda la dettano i fatti e il Presidente del Consiglio. Le politiche sono formulate dal Presidente del Consiglio che, per lo più, non sembra tenere affatto conto delle critiche, spesso di bandiera, e di alternative, praticamente mai esplicitate.

Non appartengo alla schiera di coloro che pensano che debba necessariamente esserci sempre una vigorosa e aspra dialettica, ma certamente la mancanza di idee e di proposte dei partiti mi pare un pessimo segnale per il futuro che spero non prossimo. So di chiedere molto, ma non troppo, al presidente Draghi, ma cerchi lui di introdurre due cambiamenti sostanziali e sostanziosi destinati a rimanere.

Un governo che si confronta nel procelloso mare parlamentare degli emendamenti, a cominciare con quelli sulla riforma della giustizia, senza ricorrere ad un maxiemendamento con voto di fiducia. Un governo che non scrive più decreti omnibus la cui urgenza e necessità sono giustificabili solo dai suoi stessi ritardi.

Nelle parole critiche di Mattarella su queste deleterie prassi avrei voluto cogliere anche uno spicchio di autocritica quirinalizia. Ciò detto, comunque, mi unisco al coro degli amici del bar de Giambellino e anche di quello di rue de la Loi (sede della Commissione Europea): Mario è davvero un Draghi, ma mai abbassare il tiro della critica. Semaforo verde non per tutti.

Condividi tramite