Una figura esemplare, uno studioso poliedrico, un conservatore coerente: questo fu Rodolfo de Mattei. Storico delle idee politiche fu allievo di Mosca e Gentile. Gennaro Malgieri ne fa un ritratto personale e professionale a quarant’anni dalla sua morte

A quarant’anni dalla scomparsa, Rodolfo de Mattei, grande rimosso della scienza della politica italiana, si rivela autentico precursore negli studi sulla degenerazione della democrazia parlamentare e sulle dinamiche del potere. Quando si spense, il 19 luglio 1981 erano ancora molti gli allievi che lo ricordavano come una delle personalità accademiche più eminenti del Novecento. Poi seguì un lungo silenzio che è venuto il momento di rompere.

De Mattei nacque a Catania il 1° gennaio 1899, terzo di cinque figli, da una famiglia ricca di tradizioni culturali. Il padre Eugenio (1853-1945), studioso di rinomanza internazionale, fu allievo di Koch a Berlino e di Pasteur a Parigi per poi tornare a Catania dove insegnò igiene e batteriologia e ricoprì cariche prestigiose come quelle di preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia e direttore della Scuola di Farmacia. Il nipote Roberto de Mattei ne ha fatto uno dei protagonisti della sua storia romanzata L’isola misteriosa (Solfanelli, 2020).

La madre, che morì dopo aver messo alla luce il quinto figlio, era Maria Sciuto-Patti, figlia di Carmelo (1829 –1898), architetto, e archeologo catanese, a cui si devono capolavori di architettura civile e religiosa come il campanile della cattedrale di Sant’Agata e il Collegio Pennisi di Acireale. La perdita della madre e la gioventù trascorsa a Catania, una città “lava e mare” che “i catanesi hanno costruito sulla carta velina, che i terremoti lacerano periodicamente ed essi rincollano, tenaci”. (Isola segreta, Mondadori 1942, pp. 55-56), impresse nel carattere di Rodolfo una nota di malinconia, temperata da un tono ironico e scanzonato, che conservò fino alla fine dei suoi giorni.

Dopo aver studiato al Liceo ginnasio “Cutelli”, dove ebbe tra i suoi compagni il futuro ambasciatore a Berlino e deputato del MSI, Filippo  Anfuso (1901-1963), Rodolfo si iscrisse a giurisprudenza e nel 1920 ottenne la laurea, con una tesi in diritto internazionale che ottenne la lode e il diritto alla stampa. Crebbe in un ambiente familiare di cultura umanistica, in una città che, agli inizi del secolo, viveva uno dei periodi culturali più felici della sua storia. A Catania, che era, come scrisse Sabatino Lopez, “poco meno che una capitale delle lettere”, vivevano contemporaneamente Giovanni Verga, Luigi Capuana e Federico De Roberto. Rodolfo li frequentava assiduamente e rievocando l’atmosfera di una serata catanese, qualche mese dopo la morte del Verga, ricorda: “Quella sera in casa di Federico De Roberto, nella stanza ovattata, le lampade basse davano un che di chiesastico al convegno di pochi intimi, riunii ad ascoltare il primo capitolo della duchessa di Leyra lasciato dal Verga al suo amico diletto. N’ebbi una prima forte sensazione”.

Non ancora diciottenne, nel 1917 fu “gerente responsabile” di una piccola rivista letteraria, La Fonte, in cui riuscì ad annoverare collaboratori come Filippo de Pisis, Lionello Fiumi, Giuseppe Ravegnani, Alberto Viviani, Giuseppe Villaroel. Poco più che ventenne però de Mattei lasciò la natia Sicilia per approdare a Roma, in un momento storico di profondi rivolgimenti per la vita italiana. Nella capitale egli fu legato al senatore Pietro Chimenti, illustre costituzionalista e uomo politico conservatore, ma trovò il suo ancoraggio in due altri siciliani di eccezione: Giovanni Gentile (1875-1944) e Gaetano Mosca (1858-1941).

Il filosofo di Castelvetrano volle con sé Rodolfo, come giovanissimo collaboratore all’Istituto Nazionale Fascista di Cultura nel quale vi lavorò stabilmente fino al 1934, ricoprendovi dal 1929 la funzione di Direttore dell’attività editoriale e di sovrintendente alla Biblioteca.

A Gentile e alla sua famiglia fu legato da profonda amicizia, ma il turbinoso filosofare del pensatore idealista era lontano dalla mentalità del giovane Rodolfo. Nell’orizzonte culturale di quegli anni, de Mattei, estraneo sia allo storicismo crociano sia all’attualismo gentiliano, fu in primo luogo contrario all’“esagerato filosofare” della cultura italiana di quel periodo.

Il suo principale maestro fu e restò Gaetano Mosca, di cui de Mattei fu l’allievo prediletto. Fin dal 1884, nella Teorica dei governi, Mosca aveva elaborato la sua teoria della “classe politica”, che con maggior successo fu poi ripresa da Vilfredo Pareto come teoria della “circolazione delle élites”. Secondo il pensatore palermitano, in ogni organismo politico è sempre una minoranza organizzata che conquista la direzione della cosa pubblica e impone la propria dottrina alla maggioranza disorganizzata. La negazione di questa evidenza storica può portare alle più disastrose conseguenze politiche.

Nel gennaio 1924 era stato istituito in Italia l’insegnamento di Storia delle dottrine politiche, affidato dalla Facoltà di Giurisprudenza di Roma allo stesso Gaetano Mosca. Il primo libero docente in Italia in questa materia fu proprio il giovane de Mattei. Nel 1929 Mosca lo designò per l’incarico di Storia delle dottrine politiche presso la nascente Facoltà di Scienze Politiche di Roma e nel 1933, all’uscita dai ruoli, lo nominò suo successore sulla stessa cattedra presso la Facoltà di Giurisprudenza, dove Rodolfo mantenne gli incarichi fino al 1934, quando vinse il primo concorso come ordinario in Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche. Più tardi, dopo il 1934, passò a insegnare nelle università di Cagliari, Pisa e Firenze, presso la Facoltà universitaria Cesare Alfieri. Parallelamente agli studi scientifici, coltivò la sua vocazione letteraria, distinguendosi per uno stile semplice ed elegante. Tra le due guerre apparvero opere come Compagni di ventura (Alpes, 1928) e Polvere di Roma (Quaderni di Novissima, 1934, poi riedito da Parenti, 1940). Nel 1934, l’anno in cui vinse il concorso come professore ordinario, la commissione giudicante del primo Premio Cervia, presieduta dal grande storico Gioacchino Volpe, gli assegnò il premio letterario per questo libro.

Nel campo universitario de Mattei concentrò i suoi studi attorno a due filoni: il tema della “classe politica” di Mosca, verificato soprattutto nella storia italiana del tardo Ottocento, e gli studi sul pensiero politico del Cinquecento e del Seicento, da Machiavelli a Campanella a Botero. Il giovane docente prese in esame in particolare il problema della democrazia italiana nel periodo che va dalla proclamazione del Regno alla crisi di fine secolo. A quest’argomento dedicò i saggi Il Problema della democrazia dopo l’unità (1934), Dal trasformismo al socialismo (1937), Cultura e letteratura antidemocratica dopo l’unificazione (1938), poi raccolti nella ristampa del volume Dal trasformismo al socialismo (1941). Nella stessa linea di interessi si colloca Ricerche di storia del pensiero politico (1934) che raccoglie alcuni dei saggi più rimarchevoli di de Mattei, in particolare quello sul nazionalismo e il fascismo che possiamo considerare un’insuperata sintesi delle ragioni che legarono i due movimenti.

Lo studioso siciliano teorizzò l’autonomia della storia delle dottrine politiche sia rispetto alla filosofia del diritto che rispetto alla dottrina dello Stato. Polemizzò con Delio Cantimori che, nel suo schema distintivo tra philosophia superior e philosophia, inseriva in quest’ultima categoria la politica come ideologia. De Mattei volle invece riaffermare la dignità della politica, sostenendo che è necessario cogliere materiali e testimonianze del pensiero politico dovunque e comunque, come per la storia delle teorie politiche dell’Occidente medievale stavano facendo i fratelli Carlyle.

Più che di dottrine politiche, de Mattei avrebbe preferito parlare di concezione o visione politica che caratterizza un’epoca e di cui l’etica è il luogo preparatorio. Il rapporto tra etica e politica rimase sempre al centro dei suoi interessi e spiega i suoi interessi per il pensiero della Contro-Riforma. Egli considerava l’etica la premessa necessaria, il momento preliminare della politica. Negò l’autonomia della politica dalla morale, scrivendo a riguardo: “Cos’è poi quest’autonomia della politica? La politica è sempre in funzione del problema morale. La politica è permanentemente intrecciata alla Morale, è essa stessa un problema morale, seppur gravemente complesso; la precettistica greca, la polemica sulla Ragion di Stato, la scuola del diritto naturale, non costituiscono se non altrettanti problemi morali” (Aspetti di storia del pensiero politico, Giuffré 1980, pp. 85-86). “La storia del pensiero politico è un aspetto della storia del pensiero e la storia del pensiero è un’espressione della storia dell’incivilimento e della storia propriamente detta. Si può, certo, per necessità didattica, separare la storia del pensiero politico da quella delle dottrine economiche o della storia della filosofia, ma non si può davvero concepire una netta separazione nel campo dell’attività dello spirito” (ivi, p. 86).

Tra il 1941 e il 1944 furono pubblicati tre dei suoi volumi più felici: Viaggi in Libreria (Sansoni, 1941) Isola segreta (Mondadori, 1942), Ritratti di antenati (Sansoni, 1944).

Nel 1949 fu chiamato alla “Sapienza”, dove tenne come ordinario quella stessa cattedra di Storia delle dottrine politiche presso la facoltà di Scienze Politiche che vent’ anni prima aveva tenuto come incaricato. Mantenne il sodalizio con illustri amici dell’”Italia che fu” da Gioacchino Volpe, a Niccolò Rodolico, ad Alberto De Stefani, e continuò a coltivare gli studi letterari e gli interessi romanistici, pubblicando presso Vallecchi Labirinto Romano, una guida raffinata allo spirito di Roma, che ottenne nel 1954 il premio Marzotto e gli meritò il titolo di “romanista principe” (Livio Jannattoni).

Nel dopoguerra de Mattei continuò la sua attività di studioso, pubblicando opere storiche capitali come Il pensiero politico di Scipione Ammirato (Giuffrè, 1965) e Dal premacchiavellismo all’antimacchiavellismo (Sansoni, 1969). Nel 1979 apparve, presso Ricciardi, Il Problema della Ragion di Stato nell’età della Controriforma e nel 1981, postuma, presso lo stesso editore, la sua opera capitale su Il pensiero politico della Controriforma (Ricciardi, 1982-1984), in cui volle correggere i luoghi comuni relativi alla presunta insufficienza di un apporto italiano all’elaborazione e allo sviluppo del pensiero politico europeo durante il periodo che va dalla seconda metà del Cinquecento alla prima del Seicento. Postuma apparve anche La Musa autobiografica (Le Lettere, 1990), curata dalla moglie Michela, escursione erudita nel campo della letteratura memorialistica che ha suscitato l’ammirazione di critici letterari come Riccardo Scrivano.

Fu membro di molte accademie, tra cui la prestigiosa Accademia dei Lincei che nel 1972 gli attribuì il premio nazionale per la storia e la geografia antropica, rilevando “l’ampiezza, l’organicità e il valore intrinseco del lavoro scientifico compiuto da Rodolfo de Mattei, anello di una vita vissuta nell’amorosa ricerca del progresso degli studi sulle dottrine politiche”. Ottenne anche la laurea honoris causa dall’Università di Montpellier.

Rodolfo de Mattei fu uno dei maestri della “scuola romana” di Scienze Politiche, che nel secondo dopoguerra del Novecento costituì un valido contraltare, e potremmo dire un antidoto, alla “scuola torinese” radical-azionista di Norberto Bobbio e Luigi Firpo. In questa prospettiva, avviandosi alla fine della sua carriera accademica, compì un gesto anticonformista, designando come suo successore il filosofo Augusto Del Noce (1910-1989). In tal modo egli suscitò la disapprovazione dei suoi colleghi marxisti e liberal-azionisti che in quegli anni consideravano Del Noce un reazionario, ma permise al filosofo torinese di affermarsi sulla scena culturale e politica romana. Dobbiamo quindi proprio a de Mattei se il genio del professore torinese venne tolto dall’isolamento in cui era stato confinato e se dalla cattedra romana di Storia delle dottrine politiche si levò un insegnamento che ha contribuito ad accelerare la crisi dei miti del progressismo. In quegli stessi anni de Mattei diresse la collana “Valori politici” presso la casa editrice Giuffrè, facendo conoscere al pubblico italiano opere come La Teoria dei governi di Gaetano Mosca, L’epoca della secolarizzazione di Augusto Del Noce, Sociologia del comunismo di Jules Monnerot, e autori come Eric Voegelin e Leo Strauss.

La figura di Rodolfo de Mattei è stata oggetto di numerosi studi, tra cui la voce di Luciano Russi nel Dizionario Biografico degli Italiani e, dello stesso Russi, Il passato del presente. Rodolfo de Mattei e la storia delle dottrine politiche in Italia  (ESA 2005). Tra le opere più recenti quella recente di Rosanna Marsala, Carlo Curcio, Rodolfo De Mattei: vite parallele, vite convergenti (Rubbettino 2020), che apporta un nuovo contributo alla storia culturale del Novecento italiano.

De Mattei osservò con occhi disincantati un mondo che negli anni della contestazione sembrava rappresentare la negazione della civiltà che aveva conosciuto. Rimase fino all’ultimo quello che era sempre stato: un liberal-conservatore, aristocratico e pessimista. “Nella storia parlamentare italiana – aveva scritto per caratterizzare il conservatorismo di Mosca di cui continuava a professarsi “antico e devotissimo discepolo” – una posizione di destra significò innanzitutto prudenza, oculatezza, misura”.

Restò sempre attaccato alla Chiesa e all’istituzione monarchica. Appartenne alla Consulta dei Senatori del Regno e godé dell’amicizia di Umberto II di Savoia, che riconobbe la tradizione nobiliare della sua famiglia concedendogli il titolo di barone e lo onorò di importanti riconoscimenti, tra i quali il prestigioso Ordine Civile di Savoia. Una figura esemplare, uno studioso poliedrico, un conservatore coerente: questo fu Rodolfo de Mattei.

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