Rilevare, come nota l’Invalsi, che una quota, seppur bassa, di studenti ha completato il corso di studi senza possedere le conoscenze di base dovrebbe sollecitare ad adottare un modello di scuola più selettivo e nel contempo offrire maggior sostegno ai meno preparati. L’analisi di Salvatore Zecchini

Tra le vittime più importanti della pandemia vanno purtroppo annoverati l’istruzione e l’apprendimento dei giovani. Le ultime rilevazioni dell’Invalsi sull’apprendimento scolastico, quale emerge dai test effettuati quest’anno online, testimoniano il sostanziale fallimento della didattica a distanza (Dad) nel primo anno di applicazione ed accentuano l’urgenza di porre un argine alle disfunzioni della scuola. Invero non è questo il primo segnale del problema, ma questa volta i risultati dei test mettono in tutta evidenza aspetti critici che non mancheranno di pesare sullo sviluppo futuro del Paese.

Dall’indagine condotta nella primavera scorsa a poco più di un anno dall’inizio della pandemia e degli sconvolgimenti della didattica in presenza emergono un significativo regresso nel livello del sapere degli studenti, in particolare della scuola secondaria, sia primaria sia secondaria, insieme a un approfondimento dei divari nella popolazione sotto differenti profili.

Tra gli studenti della scuola secondaria superiore, che dovrebbero comporre le nuove leve di punta del capitale umano dell’Italia, si è determinato un sostanziale regresso sia nella comprensione della lingua madre rispetto alla rilevazione del 2019, sia nella conoscenza della matematica, mentre risulta stabile quella dell’inglese. Il punteggio dei giovani a un livello “accettabile” di sapere dell’italiano si è abbassato di 10 punti percentuali e quello in matematica di 9 punti. In quest’ultimo ambito, addirittura, più della metà degli studenti oggetto della rilevazione (51%) non ha acquisito un livello adeguato, mentre in italiano la quota è salita al 44% dal 35% nel 2019. Situazione meno negativa, ma pur sempre negativa, tra gli studenti della scuola secondaria di primo livello: il punteggio si è ridotto di 4 punti in italiano e di 7 punti in matematica, mentre resta stabile in inglese. La platea degli studenti sotto il minimo in italiano si è allargata dal 34% al 39%, e dal 40% al 44% in matematica. Si stima, inoltre, che il 23% dei giovani (18-24 anni) abbia abbandonato gli studi o li abbia terminati senza aver appreso le competenze di base.

Se è evidente da anni che una parte consistente di giovani non dispone delle competenze di base per esercitare i diritti di cittadinanza, come si giustifica la decisione del Parlamento di estendere ai diciottenni il diritto di voto? Forse si pensa che le masse siano più malleabili a livelli relativamente bassi di sapere? Dove si concentrano maggiormente le insufficienze? I divari sono notevoli su più versanti. La quota di studenti sotto il minimo si addensa tra le famiglie disagiate, nelle aree del Mezzogiorno, nelle competenze matematiche, ma sempre sullo sfondo di un abbassamento generale dei livelli di sapere in tutto il Paese, che riguarda anche gli studenti più preparati. Soltanto la provincia di Trento riesce a collocarsi sopra le medie nazionali per materia. Consistenti disparità di risultati si riscontrano pure tra scuole e tra classi nella stessa scuola, a dimostrazione di un quadro così eterogeneo da richiedere analisi ed interventi mirati per affrontare i fattori all’origine del problema.

Analoghi risultati sul livello e sul divario d’istruzione erano già stati attestati dalla triennale indagine dell’Oecd, Pisa 2018, in cui si mostrava che la performance degli studenti italiani era al di sotto della media dei Paesi membri nella comprensione della lingua e nelle scienze, e nel corso degli anni dal 2012 era peggiorata, aspetto tale da richiedere decisi interventi. In matematica i risultati rimanevano stabili dopo il miglioramento nel 2003 e 2009, e la performance era vicina alla media. Di grande interesse l’evidenziare che sia le migliori che le peggiori performance si concentravano nelle stesse scuole più frequentemente che negli altri paesi, un indice della difficoltà di superare svantaggi ben radicati e non trattati adeguatamente dall’intervento pubblico.

Quali fattori possono spiegare gli andamenti negativi rilevati dall’Invalsi e dall’Oecd? Non tutto può essere attribuito alla Dad, né alle restrizioni dovute alla pandemia. Certamente la Dad ha reso evidente l’insufficiente preparazione di insegnanti, studenti e responsabili del sistema d’istruzione nell’affrontare l’emergenza e al di fuori di questa, di rendere il sistema rispondente ai bisogni del Paese. L’ultima indagine della Fondazione Agnelli con Crenos e Università di Cagliari offre diversi spunti interessanti sulle debolezze del sistema. La prima concerne la scarsa propensione dei docenti a innovare il modulo d’insegnamento, in quanto la maggioranza (65%) ha semplicemente trasposto il tradizionale modello alla Dad senza sfruttare le opportunità della digitalizzazione per stimolare a condurre ricerche, approfondire argomenti e svolgere esercizi interattivi. Su questo approccio incide la scarsa preparazione della maggioranza dei docenti nell’impiego di strumenti digitali per sviluppare contenuti e rendere le lezioni più stimolanti, nonostante la maggior parte (85%) creda di avere competenze adeguate. Di contro, i dirigenti scolastici ritengono che una quota dei docenti abbia bisogno di formazione alla Dad e a quella integrata. Tuttavia, anche quando è stata data, non si è tradotta in visibili innovazioni nell’insegnamento.

Pertanto, è naturale che il tradizionale libro di testo sia stato il principale punto di riferimento richiesto allo studente dalla maggior parte dei docenti (85-93%), a fronte dell’utilizzo di contenuti digitali online, che è stato impiegato da un terzo o meno a seconda delle modalità. Analogamente, solo una sparuta minoranza è riuscita a svolgere attività di laboratorio in presenza a causa delle resistenze delle parti in causa, incluse le famiglie. I discenti, dal canto loro, hanno manifestato un diffuso peggioramento in termini di attenzione e motivazione, di fatica a seguire le lezioni e a interagire con i docenti. Gli effetti si evidenziano non tanto nei punteggi riportati a fine anno, che sono giudicati sostanzialmente in linea con quelli riportati nell’anno precedente, quanto nel giudizio che gli studenti stessi danno di avere appreso meno di quanto avrebbero potuto nell’insegnamento a scuola.

Le carenze osservate tra gli studenti e gli insegnanti possono collegarsi, dal lato degli studenti, al retroterra economico-sociale-culturale della loro famiglia e del contesto ambientale, alla disponibilità di spazi dove isolarsi nell’abitazione, alle connessioni internet inadeguate ed alla mancanza di computer, fattori questi che nel periodo hanno contribuito al crescente abbandono scolastico. Dal lato dei docenti, invece, hanno pesato la carenza di stimoli a performare e a impegnarsi in un continuo processo di elevazione delle competenze, l’insufficiente valutazione del loro operato didattico insieme alla bassa correlazione tra prestazione e corrispettivi, le resistenze a proseguire l’insegnamento oltre il prestabilito calendario scolastico per colmare le falle nell’apprendimento, nonché lo scarso interesse a investire più tempo e risorse nella preparazione dei giovani. È, tuttavia, opinione largamente condivisa tra gli insegnanti che l’emergenza abbia costretto tutti a sviluppare le competenze nel digitale e ad adeguarsi, seppure con lentezza, ai nuovi modi di operare. La Dad, inoltre, a giudizio di molti continuerà a essere impiegata a complemento dei metodi tradizionali e non verrà dismessa pur con i suoi aspetti negativi.

Ma le responsabilità per il peggioramento dei risultati non si fermano lì, perché anche il sistema d’istruzione e la sua organizzazione hanno mostrato i loro limiti, particolarmente nel rinnovarsi per soddisfare i bisogni di una società in rapida evoluzione non solo tecnologica. Si sono visti direttive frammentarie e divari fra territori per effetto della suddivisione delle competenze, disparità nella dotazione di infrastrutture, inadeguatezze nel supporto agli studenti svantaggiati, insufficienza dei quadri docenti e della loro formazione, scollamento tra i programmi d’insegnamento e la preparazione di base che si richiede nella società e nel lavoro, e scarsa collaborazione degli enti locali, come nei trasporti. In particolare, le grandi falle esistenti nella conoscenza della lingua-madre, della matematica e delle tecniche digitali dovrebbero preoccupare i governanti ed indurli a colmarle assegnando un numero notevolmente maggiore di ore e di docenti a questi insegnamenti e alle esercitazioni. L’addestramento dei docenti dovrebbe essere potenziato e sottoposto a valutazione, la loro selezione basata su seri esami e non su anzianità, e il loro compenso correlato in parte ai risultati. Ma è possibile che una governance di sistema formata su vecchi schemi e consuetudini accetti di cambiare programmi, selezioni e compensi sulla base delle esigenze moderne?

La funzione stessa della scuola andrebbe riesaminata guardando al futuro e non al passato, e superando l’approccio equitativo per cui tutti avanzano negli studi anche se non lo meritano. Rilevare, come nota l’Invalsi, che una quota, seppur bassa, di studenti ha completato il corso di studi senza possedere le conoscenze di base dovrebbe sollecitare ad adottare un modello di scuola più selettivo e nel contempo offrire maggior sostegno ai meno preparati. Indubbiamente un ostacolo è rappresentato dalla difficoltà di motivare alcune fasce di studenti a impegnarsi nell’apprendere. Le analisi dell’Oecd mostrano, infatti, una quota superiore alla media dei paesi di studenti che non ritengono di poter sviluppare il loro sapere.

L’ambiente sociale e le caratteristiche della domanda di lavoro potrebbero demotivare l’investimento nell’istruzione, ma negli ultimi tempi la domanda di qualificate competenze si è rapidamente ampliata e non trova soddisfacimento se non in parte e con costi di formazione che ricadono sulle imprese. Il PNRR appena varato mostra consapevolezza delle diverse debolezze del sistema e mira ad affrontarle su più punti, ma non sui programmi scolastici e sullo stimolare la motivazione di studenti e docenti.

Ai problemi strutturali si sono sommate da ultimo le perdite di apprendimento dovute alla Dad con effetti ancora non del tutto misurati. L’abbassamento della performance degli studenti e l’abbandono scolastico degli svantaggiati sono criticità che il sistema d’istruzione non può affrontare da solo, perché richiedono il contributo di molte parti. Oltre alle famiglie, la cultura sociale, i media, il contesto socio-economico, le imprese, le fondazioni e il terzo settore dovrebbero dare il loro apporto a rinnovare il sistema, che è compito non esclusivo del governo. Prerequisito essenziale, tuttavia, è condividere la stessa visione.

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