Più Taiwan si crea connessioni internazionali, più penetra all’interno dei sistemi multilaterali, più certe dinamiche vengono mosse e percepite come quelle di una realtà indipendente, più è difficile per Pechino spezzare questi legami

Se l’apertura di una sede diplomatica in Lituania è per Taiwan un ulteriore passo verso la costruzione di una più ampia indipendenza attraverso la creazione di un network diffuso di relazioni internazionali, per Vilnius è la conferma di un ruolo che si sta costruendo in quello stesso Occidente che decenni fa era visto come l’unico modo per fronteggiare l’Unione Sovietica e che ora cerca il contenimento cinese.

La vicenda: il governo lituano ha annunciato che sul proprio territorio sarà presto attivo quell’“ufficio di rappresentanza taiwanese” di cui si parla da tempo. Il virgolettato riprende la distinzione diplomatica de iure per una sede non ufficiale, non un ambasciata per intenderci, sebbene dallo stesso valore simbolico. “Tutti i paesi dovrebbero essere liberi di perseguire legami più stretti con Taiwan, una democrazia leader, una grande economia e una forza per il bene nel mondo”, ha commentato il ministero degli Esteri di Vilnius.

La scelta conferma il congelamento delle relazioni tra la repubblica baltica e la Repubblica popolare cinese. A maggio Vilnius ha annunciato la decisione di uscire dal sistema “17+1”, il sistema con cui Pechino intende connettersi con una parte dell’Unione europea, dividendola in pezzi attraverso una cooperazione multilaterale stretta con i Paesi dell’Europa centro-orientale (davanti ai quali cerca di sostituirsi a Bruxelles, si propone di curarne le istanze in parte inascoltate dal centralismo Ue, rivendendosi come un modello alternativo).

Non è un caso dunque se il primo annuncio di Vilnius sull’ufficio diplomatico taiwanese è arrivato due mesi fa nello stesso giorno in cui il ministro il ministro degli Esteri lituano, Gabrielius Landsbergis, spiegava le regioni per cui il suo paese intendeva uscire dai diciassette alleati della Cina: una cooperazione che non ha portato “quasi nessun vantaggio”, diceva.

Altri tasselli del puzzle: la Lituania ha definito “genocidio” quella che la Cina sta facendo nello Xinjiang, la regione nordoccidentale dove il Partito/Stato ha ordinato una campagna di rieducazione culturale nei confronti delle minoranze musulmane come i turcofoni uiguri. La definizione, arrivata anch’essa a maggio, indica una netta scelta di campo; in termini diplomatici una posizione molto forte.

Similmente la Lituania aveva accettato l’indicazione (si fa per dire) di Washington nell’escludere Huawei dalla propria rete 5G. Anche questa scelta netta, con Pechino che prova anche attraverso rapporti come quelli del “17+1” a spingere la penetrazione strategica nelle telecomunicazioni, settore su cui l’intelligence americana ha messo dei limiti chiari, considerando Huawei e altre aziende connesse allo spionaggio governativo cinese.

Per comprendere l’importanza della decisone lituana sulla sede diplomatica basta ricordare che l’ultima del genere fu aperta in Slovacchia nel 2003. Si occupava dei rapporti tra l’Isola e l’Europa. Era poi stato spostato a Riga, ma quello lituano è il primo dei 74 esistenti a riportare una dicitura significativa: “Ufficio di rappresentanza taiwanese in Lituania”. Tutte le altre sedi infatti, compresa quella in viale Liegi, a Roma, vengono indicate come “rappresentanza di Taipei”; l’unica che riporta il riferimento diretto a Taiwan è la sede aperta nel 2020 nell’autoproclamato Somaliland.

La mossa lituana non è scindibile dal contesto internazionale. Mentre cresce il livello di contrapposizione tra Washington e Pechino, Vilnius sceglie la linea dura con la Cina per accaparrarsi maggiore compiacenza da parte americana. Si erge a modello, per certi versi, sfruttando una necessità. L’operazione è infatti interessata: sia per allinearsi al massimo con gli Usa, sia per attaccare l’allineamento in progress tra Russia e Cina.

Contemporaneamente Vilnius aprirà un ufficio commerciale a Taipei il prossimo autunno per diversificare i propri mercati di esportazione e cercare nuovi partner tra “gli Stati democratici nella regione dell’Indo-Pacifico”, dice il ministero di Landsbergis centrando l’altra parte della quesitone. Le relazioni sono vantaggiose per gli interessi lituani tanto quanto per quelli taiwanesi, ma se per i primi c’è anche una aspetto economico-commerciale da non sottovalutare, per i secondo il tema è prevalentemente politico.

Più Taiwan si crea connessioni internazionali, più penetra all’interno dei sistemi multilaterali, più certe dinamiche vengono mosse e percepite come quelle di una realtà indipendente, più è difficile per Pechino spezzare questi legami. L’obiettivo cinese è la riannessione di quella che considera una provincia ribelle entro il centenario del 2049. E per farlo è disposta all’uso della forza, perché è consapevole che l’esistenza di due Cine è un problema per la dimensione globale pianificata dal segretario del Partito comunista cinese, il capo dello stato Xi Jiping.

Taiwan cerca di sfruttare invece la propria dimensione globale creandosi connessioni indipendenti. Un caso emblematico riguarda l’ostilità con cui Pechino ha cercato di tenere fuori Taipei dalle questioni interne all’Oms sebbene l’isola sia un modello funzionale nella gestione della pandemia da SarsCoV-2. Un altro elemento paradigmatico è la visione del dipartimento di Stato americano, che ha dichiarato di accogliere con favore gli sforzi di Taiwan per espandere i propri partenariati internazionali.

Da notare che questa posizione è anche legata a questioni riguardanti la difesa e la sicurezza dell’isola. Washington non ha ancora sciolto il nodo sul se è pronta a morire per Taiwan, in caso di un’invasione militare cinese, ma se le relazioni internazionali/globali taiwanesi dovessero implementarsi sarebbero di per sé un grosso deterrente per un’azione violenta di Pechino.

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