Mentre ancora rimbomba l’eco dello schiaffo tirato da Draghi ai partiti sorpresi a flirtare con i no-Vax, è tempo di mettersi a studiare un nuovo vaccino. Non contro il Covid, ma contro la sondaggite acuta e la politica come eterna campagna elettorale. Parla il sociologo Mauro Magatti

O il vaccino o tutti accoppati. È suonata più o meno come la celebre frase dipinta con la vernice nera sulla parete della casa semidistrutta di San Biagio di Callalta (prima Guerra Mondiale) il monito che giovedì sera ha lanciato il premier Mario Draghi. “Non è un arbitrio, ma una garanzia di ripresa” ha sentenziato il presidente del Consiglio in conferenza stampa, lanciando evidenti segnali a chi sull’inoculazione del siero è più recalcitrante. Leggasi Salvini e Meloni.

“Ma non solo”. Il sociologo ed economista Mauro Magatti sostiene che quello dei vaccini “sia un tema dirimente”. E che non ci sia dubbio sul fatto che “all’efficacia della campagna vaccinale è legata indissolubilmente la ripresa del Paese”. “È evidente – dice il sociologo – che Draghi stia esercitando il suo ruolo, talvolta sconfessando le parti politiche che, per ragioni identitarie, difendono posizioni diverse dalle sue. Questo gioco può funzionare, data l’ampia maggioranza e la circostanza nella quale si è creato il Governo. Ma occorre che non sfugga di mano”.

Il rischio altrimenti è che le persone possano arrivare alla conclusione che “per governare ci vuole una persona che non cerca il consenso e quindi il voto. In questo modo, morirebbe la democrazia”. Prospettiva tutt’altro che auspicabile. Tuttavia, dice Magatti “anche il tema delle libertà personali usato come pretesto per evitare di sottoporsi all’iter vaccinale non funziona”.

“La libertà personale – rimarca – comporta sempre delle obbligazioni verso gli altri”. Questione di consensi? Probabile. Di certo si profila il rischio di vedersi erodere la base del proprio elettorato per rincorrere i riluttanti al siero anti covid. La cosa certa, rileva il sociologo, è che “più si avvicinano gli appuntamenti elettorali, più la temperatura politica si alza. E questo, in un Paese normale, è inaccettabile”.

Per cui occorrerebbe “un aggiustamento istituzionale che riducesse la frequenza delle elezioni. Non possiamo permetterci, così di frequente, queste fibrillazioni”. In fondo però “tutti sanno che questo Esecutivo durerà fino alla scadenza naturale della legislatura. Dunque, spesso, si tratta di sceneggiate portate avanti artatamente dalla politica”.

Sulla quale Magatti si spinge a una considerazione piuttosto tranciante. “L’aspetto più deprimente della politica italiana riguarda proprio i leader concentrati sull’ultimo sondaggio. Questi sono distruttori. Anche perché in questa fase così delicata, è un atteggiamento inversamente proporzionale alle esigenze del Paese. Il Governo, così come è stato concepito, deve individuare soluzioni per traghettare l’Italia fuori dalla crisi. Dunque la politica deve arrivare a una maturazione, uscendo dalla logica dei sotto sottosistemi. I politici veri pensano all’intero sistema Paese, non ai sottosistemi”.

Le riflessioni di Magatti non riguardano tuttavia solo il centrodestra. “Anche il Pd – dice – con la legge Zan, sta inseguendo ideologicamente una bandierina. Fermo restando che gli episodi di omofobia e discriminazioni vadano perseguiti con forza, la verità non sta solo da una parte e le opinioni non devono e non possono essere azzerate”. Si tratta sempre di “raggiungere un punto di equilibrio”. Forse il banco di prova potrebbe essere la riforma sulla Giustizia, che continua a dividere Aula e schieramenti. “Il Paese ha un’esigenza impellente di risolvere essenzialmente due tematiche: i tempi certi del processo e il dovere di celebrare i processi”. Certo è che “presentare la miriade di emendamenti come ha fatto il Movimento 5 Stelle, non è esattamente l’atteggiamento più corretto”.

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