L’International Republican Institute (Iri), uno dei principali think tank conservatori americani, apre le sue attività a Roma. “È uno straordinario laboratorio politico”, ci spiega il direttore del Programma Europa Thibault Muzergues. Da Berlusconi a Salvini, dalla Meloni alle primarie Pd, perché la politica italiana fa scuola dalle parti dell’Elefantino

C’è un motivo se negli ultimi anni la politica italiana ha attirato l’attenzione di orde di politologi stranieri. Tutto, a Roma, succede “prima”. La politica in rete, le primarie, i predellini, la ribalta populista, il sovranismo. Nel bene e nel male, il Belpaese fa da benchmark per il resto d’Europa. Per questo c’è chi, dall’altra parte dell’Atlantico, ha iniziato a studiare sul campo i movimenti, le tendenze, umori e malumori dei palazzi romani. È il caso dell’IRI (International Republican Institute), uno dei più grandi think tank americani, fondato nel 1983 con la benedizione di un certo Ronald Reagan. Da Vienna a Bratislava, da Bruxelles a Budapest, il pensatoio numero uno del mondo conservatore americano ha radici profonde in Europa e ora inizia a mettere le radici a Roma. “È un laboratorio politico senza paragoni”, ci dice Thibault Muzergues, francese, direttore del Programma Europa e responsabile delle attività in Italia, un passato nella campagna elettorale di Nicolas Sarkozy e poi dei Tories a Londra, ma si definisce “un liberale”. Il suo ultimo libro, “Europe champe de battaille” (Le Bord de l’Eau), ruota intorno a un cupo pronostico: l’Europa potrebbe tornare, anzi sta già tornando il campo di battaglia di una guerra ibrida che attraversa anche la politica, ci spiega seduto nella sede romana della Fondazione De Gasperi.

Partiamo dalle basi. Cos’è l’International Republican Institute?

Un Ong internazionale creata all’inizio degli anni ’80 sotto l’amministrazione di Ronald Reagan con l’obiettivo di promuovere e difendere la democrazia nel mondo. L’idea nacque da un celebre discorso di Reagan del 1983 a Westminster, quando disse che la democrazia non appartiene a una manciata di persone ricche in Occidente ma è un patrimonio di tutti.

Qual è la vostra missione oggi?

La stessa di trent’anni fa: farci portavoce di una cultura della democrazia, oggi troppo spesso data per scontata. Ma anche curare e ripensare le relazioni transatlantiche. La missione non cambia, ma il mondo è cambiato molto. Oggi la bilancia dell’ordine internazionale non pende più dalla parte dell’Occidente democratico. L’Europa ha ricevuto per settant’anni i dividendi di una pace di cui non ha pagato tutto il prezzo – basti pensare che il 60% del budget Nato è sulle spalle degli Stati Uniti. Ora, con un’amministrazione americana che deve guardare sempre più all’Asia orientale, dobbiamo pensare un modello più giusto e sostenibile che ci metta nelle condizioni di confrontarci con le sfide securitarie di domani. Appare ormai chiaro che all’orizzonte dei prossimi anni ci sono grandi pericoli per l’Europa.

È la tesi del suo libro. Una guerra in Europa non è più fantascienza. Perché?

La risposta è sotto i nostri occhi. Una parte dell’Europa è già in guerra, e non da ieri. Penso all’Ucraina e al Donbas, alla situazione in Bielorussia, alle tensioni militari nel Mediterraneo fra Turchia e Francia. C’è poi una guerriglia interna, fatta di divisioni fra Stati membri, e di lacerazioni fra autorità statali e regionali, come fra Spagna e Catalogna. Il libro nasce da questa idea: la pace europea è una conquista, non un diritto assicurato.

Torniamo all’Iri. Siete conservatori?

L’Iri è un ente non-partisan.

Ma nel vostro board siedono importanti repubblicani. Lindsey Graham, Tom Cotton, Marco Rubio, Mitt Romney.

È vero, e per molti anni il nostro presidente è stato un’icona del mondo repubblicano, John McCain. Ma non abbiamo rapporti formali con il partito, e abbiamo invece rapporti di collaborazione con il National Democratic Institute (NDI, un altro importante think tank progressista, ndr). La nostra è una missione globale. Personalmente mi definisco un liberal-conservatore. All’insegna del motto: “Resisti al cambiamento finché non diventa inevitabile”.

Da dove arrivano i fondi?

Sono soprattutto pubblici, è tutto rendicontato. Una buona parte arriva dal Congresso, come nel caso del Ned (National endowment for democracy), un’altra dall’agenzia Usaid.

Dai repubblicani?

Niente. Come ho detto, non abbiamo rapporti formali. E i tanti repubblicani che compongono il nostro board hanno sensibilità molto diverse.

Con Trump che rapporti avete avuto?

Abbiamo lavorato come con qualsiasi altra amministrazione. L’IRI esiste dal 1983, e abbiamo lavorato sia con amministrazioni democratiche che repubblicane, lo stesso vale per i nostri colleghi del NDI. C’è un ampio sostegno bipartisan nelle istituzioni americane.

Il Partito repubblicano sopravviverà a Trump?

Io credo di sì. A differenza di molti Paesi nel mondo, dove i partiti appaiono e scompaiono con una certa frequenza, i partiti negli Stati Uniti rimangono. E siccome sono entrambi grandi e coprono l’intero Paese, inevitabilmente entrambi sono sempre soggetti a tensioni interne e cambiamenti. Certo, il Partito repubblicano di oggi non è lo stesso del 2015, ma quello del 2015 non era lo stesso del 2005.

Chi gli succederà alla guida dell’Elefantino?

Difficile indicare un nome. In questo momento assistiamo a una lotta fra diverse scuole di pensiero, correnti e sottocorrenti, con personalità spesso agli opposti. Ci sono conservatori sociali, conservatori cristiani, liberali classici, etc. – e ci sono nuove correnti anche, che vedono il futuro del partito in un nuovo partito della classe operaia americana tradizionale che ha perduto molto nelle dinamiche di globalizzazione. Le elezioni di medio termine saranno un crocevia fondamentale, riveleranno il baricentro politico del partito e lo stato di salute della legacy trumpiana.

Qual è la vera legacy di Trump nel partito?

Trump ha plasmato in profondità l’Elefantino. È riuscito perfino a superare Bush nella conquista del voto delle minoranze, specialmente gli ispanici nelle aree di confine con il Messico e a Miami. E ha trasformato il partito repubblicano in una forza della working class. È una rivoluzione che ha avuto ripercussioni anche sui democratici, oggi alle prese con una fazione che spinge l’establishment di partito a sinistra.

Veniamo all’Italia. Perché vi interessa tanto?

Per due ragioni. La prima: siamo un think tank che promuove la democrazia, e dunque parla con i partiti politici. L’Italia è uno straordinario laboratorio politico per l’Europa, più di quanto immagini. Su molti fronti è arrivata dieci, vent’anni prima. Trent’anni fa Silvio Berlusconi inaugurava la discesa in campo di un imprenditore in politica, oggi la sua esperienza viene ripresa in Repubblica Ceca o in Austria. Un altro esempio: le primarie. Il Pd le ha introdotte quindici anni fa, ora lo seguono in altri Paesi membri dell’Ue come Francia o Lituania.

La seconda ragione?

Riguarda il peso geopolitico dell’Italia. Il Mediterraneo è diventato un luogo pericoloso, pieno di attori disruptive in azione e di altri che vorrebbero intervenire. La storia di questo mare è costellata di sistemi che si costruiscono e collassano rovinosamente per poi rinascere.

Gli Stati Uniti davvero considerano il Mediterraneo una priorità?

Diciamo che è tornato alto in classifica: gli Stati Uniti hanno capito che l’Europa non può essere stabile in un Mediterraneo instabile. E ci sono tante criticità su cui intervenire, dalle mire egemoniche di Russia, Turchia e Cina alle minacce alla libertà di navigazione e all’instabilità in Nord Africa.

Torniamo alla politica. Perché uno dei più grandi think tank conservatori al mondo guarda ai palazzi romani?

Come ho detto, ci sono buone e pessime pratiche da cui imparare. Torno sul caso di Forza Italia: il modello del partito-impresa è stata una novità assoluta per la democrazia italiana, ha portato l’esperienza del settore privato nella stanza dei bottoni. Ma presenta anche problemi: l’approccio top-down e la leadership personale limitano la democrazia interna, e il partito è ideologicamente troppo flessibile. Simili considerazioni si possono fare per la Lega di Salvini.

E Fratelli d’Italia? Un americano si è di recente interessato all’esperienza di Giorgia Meloni: Steve Bannon.

Bannon aveva una missione personale ben diversa dalla nostra. Fdi è un esperimento molto interessante. Curioso scoprire che c’è chi lo considera un partito post-fascista a settant’anni dalla fine del fascismo. I partiti socialisti in Europa non permettono ai giornalisti di chiamarli “post-comunisti” a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino. Meloni ha fatto un percorso notevole, è riuscita a spostare il baricentro dagli estremi al centro. Vedremo di quanto.

E ha stretto di recente rapporti con il mondo repubblicano americano.

Certo, anche se non è chiaro con quale frangia del partito. La Meloni è molto addentro alle dinamiche del conservatorismo internazionale, ma è difficile inquadrarla al su interno. Se prendiamo uno Stephen Harper, probabilmente è più a destra di lei, che invece è più mainstream su alcune tematiche. Una cosa è certa: ha attirato l’attenzione dei conservatori americani.

In queste settimane si parla molto di una possibile federazione del centrodestra sulla scia del Partito repubblicano. Fantascienza?

L’idea di una larga famiglia conservatrice è in effetti propria della storia dei repubblicani, ma lo era anche dei conservatori europei prima del 2008. Dopotutto non era questo l’obiettivo del Pdl? Il centrodestra italiano è ancora vivo e vegeto, in cima ai sondaggi. Ma una federazione al momento conviene solo a Lega e Forza Italia.

La membership o il dialogo con i popolari europei facilita un canale con i conservatori americani?

Posso parlare per l’Iri, che lavora da tempo e bene sia con l’Ecr che con il Ppe. Con i sovranisti di Id (di cui fa parte la Lega, ndr) c’è un problema sostanziale: alcuni di loro hanno un po’ di allergia alle relazioni transatlantiche e alla democrazia. Così è difficile avere un dialogo.

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