Il leader del gruppo baghdadista afgano è un arabo, e questo significa che l’Is sta dando importanza a quanto succede attorno a Kabul e vuole gestirlo attraverso la catena centrale del comando

Il bombardamento americano di queste ore ha avuto come “target” qualcuno della leadership baghdadista in Afghanistan? Il Pentagono per ora non ha fornito informazioni, ma è possibile. A seguito di perdite tra la gerarchia, defezioni e battute d’arresto operative, la filiale dello Stato Islamico con sede in Afghanistan, lo Stato Islamico nella Provincia di Khorasan (ISKP), ha già vissuto anni di difficoltà che non le hanno permesso mai di entrare nel gotha degli affiliati. Il gruppo sembrava in macerie, la catena di comando martellata dal cielo dai raid statunitense e a terra dai Talebani — che anche nei giorni di conquista di agosto, mentre liberavano dalle prigioni alcuni dei loro, hanno giustiziato almeno un comandante baghdadista.

La nomina di Shahab al Muhajir (probabilmente uno pseudonimo) alla guida della provincia, nella primavera del 2020, ha coinciso con un ritorno in una fase di maggiore attività — frutto anche del contesto caotico offerto dalle nuove offensive dei Talebani, concentrati sulla preparazione della presa del potere, e dell’inizio della discussione sull’esecuzione del ritiro delle forze occidentali.

A distanza di un anno i baghdadisti hanno colpito mostruosamente l’aeroporto di Kabul quando ormai i Talebani erano di fatto nuovi governanti in Afghanistan e le forze occidentali stavano gestendo l’effetto di questo e del loro ritiro evacuando quante più persone possibile dal paese. L’attacco contro i due nemici dell’ISKP ha avuto un effetto simbolico eccezionale per al Muhajir.

Arabo, dunque non afghano, probabilmente siriani (l’Onu lo identifica con il nome de guerre “Abu Muhammad Saeed al Kuraishi”) il primo leader a venire dal Medio Oriente, in precedenza aveva già ricoperto incarichi di primo livello con al Qaeda nella regione Afghanistan-Pakistan. Ora guida la Provincia del Khorasan, area storica a cavallo dei territori iraniani e dell’Asia Centrale; termine persiano che significa “da dove arriva il sole”; immagine che rimanda a una terra oltre i confini moderni richiamando uno dei simboli iniziali della formazione del Califfato siro-iracheno, l’eliminazione dei tratti colonialisti di Sikes-Picot.

Gli asiatici che hanno preceduto al Muhajir sono quasi tutti morti (è un lavoro rischioso d’altronde), molti eliminati da killing mission degli Stati Uniti; che dal 2015 danno la caccia al gruppo, considerato una minaccia esponenziale visto la sovrapposizione con sensibilità jihadiste già presenti nei luoghi in cui opera. In quell’anno Hafiz Saeed Khan, etnia pashtun e nato nel distretto tribale pakistano dell’Orakzai, fondò il gruppo dopo una militanza importante tra i Tehrik-i-Taliban Pakistan, e dopo essere passato per i Talebani afghani. Sulla fondazione pare ci sia stato il gioco diplomatico mosso da emissari dell’allora Califfo Abu Bakr al Baghdadi, inviato direttamente a trattare con i comandanti locali. Khan fu ucciso da un drone americano il 12 agosto del 2016 a Nangharar, dove fu eliminato anche il suo successore, Abdul Hasib, un altro pakistano pashtun, morto in un blitz delle forze speciali Usa ad aprile 2017.

La nomina di Muhajir è stata avvolta nel mistero e l’ISKP ha fatto poco per demistificarla. Un messaggio audio diffuso da al Milat, uno degli outlet media collegato all’IS, per annunciare il nuovo leader ha aggiunto un altro piano al mistero sulla sua identità, ma anche fornito i primi indizi. Muhajir non conosceva fluentemente il pashto e il dari, lingue afghane, e per questo era stato il suo portavoce a parlare al suo popolo. Nascondere quanti più dettagli possibile sul suo nuovo leader nel tentativo di proteggerlo era ed è una priorità del gruppo. Talebani e americani gli stanno dando la caccia, e non è detto che questa attività non sia condotta in modo congiunto (anche in futuro).

Appena nominato il suo primo impegno è stato farsi rispettare. I gruppi combattenti afghani (e non solo quelli) sono campanilisti, detto per semplificare, ancora legati al jihadismo anti-sovietico: un arabo poteva non essere accettato, ne sa qualcosa il palestinese Shaikh Abdullah Azzam, che, per quanto godesse di molto rispetto e fosse considerato un riferimento dai qaedisti, ha faticato negli anni Ottanta a scalare le gerarchie regionali e a farsi accettare dai combattenti dell’Asia Centrale, pur teorizzando l’inizio del Jihad globale proprio partendo dall’Afghanistan. La necessità di compiere azioni si lega anche a questo. Doveva costruire la fiducia della base locale dei baghdadisti, per farlo gli serviva di dimostrare capacità in un momento delicato. Gli attentati dell’ultimo anno, quello alla sede dell’intelligence di Kabul o quello mostruoso nel cortile di una scuola femminile, raccontano di questo: quello all’aeroporto di Kabul di giovedì 26 agosto è stato una proclamazione.

È anche vero che un esterno poteva, e può, essere un fattore di equilibrio in un gruppo come l’ISKP in cui lo scontro etnico e nazionale (afghano-pakistano) ha creato problemi interni in passato. Una scelta strategica, ripagata dall’azione di successo a Kabul. In più Muhajir si porta dietro il prestigio di essere meglio collegato con la leadership centrale, il cuore dell’organizzazione. Fattore utile anche per le comunicazioni e per l’eventuale attivazioni di cellule straniere. In più, in un contesto in cui la competizione intra-jihadismi è forte, il capo di ISKP può sfruttare il suo background per reclutare elementi sottraendoli ad altri gruppi.

Un report dell’Onu di giugno indica che tra gli 8 e i 10 mila miliziani sono entrati in Afghanistan negli ultimi mesi: vengono dall’Asia centrale, dal Caucaso settentrionale, dalla Russia meridionale, dal Pakistan e dalla Xinjiang, in molti hanno aderito alla lotta talebana, pochi ad al Qaeda, altro all’ISKP, ma in generale è un gran materiale umano. Dal 2014 al 2017, molti membri di al-Qaeda, anche alcuni alti dirigenti, hanno disertato per l’ISKP per esempio, e i qaedisti sono preoccupati perché temono di perdere la protezione offertagli finora dai Talebani, se questi dovessero decidere di rispettare a fondo l’accordo di pace con gli Usa. Inoltre una strategia analoga a quella del qaedista iracheno Musab Al Zarqawi, progenitore dell’Is, usata in Iraq contro gli sciiti, potrebbe essere impiegata contro la minoranza Hazara per fomentare un’escalation di violenza, ha spiegato su Domani l’analista Matteo Pugliese.

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