La tornata amministrativa conta politicamente sì o no e quanto? Come direbbe monsieur De La Palisse, conterà per i vincitori, mentre gli sconfitti faranno spallucce. Il governo di regioni e grandi città è importantissimo, ma al momento altri sono i campi in cui si giocano le partite decisive. Il mosaico di Carlo Fusi

Tra cinque settimane si vota (il 3 e 4 ottobre il primo turno nei Comuni e due settimane dopo gli eventuali ballottaggi) per eleggere importantissimi sindaci: qualcuno se ne ricorda? La campagna elettorale sotto gli ombrelloni si è fermata, a settembre avrà qualche sprazzo e prevedibili guizzi finali, ma in generale procede stancamente. Eppure si tratta di eleggere la governance di oltre mille comuni, diciotto capoluoghi di provincia: cinque quelli di regione tra cui città di grande impatto come Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna. C’è anche una regione al voto: la Calabria. E non si possono dimenticare le elezioni suppletive di Roma e Siena: in quest’ultima in ballo c’è addirittura il segretario del Pd, Enrico Letta, mentre nella capitale, nel collegio di Primavalle una volta feudo M5S, si presenta come “single” l’ex giudice Luca Palamara, quello delle intercettazioni-scandalo e del castello della credibilità delle toghe venuto giù come la diga del Vajont.

Insomma carne al fuoco ce n’è, e pure parecchia.

Tuttavia come un sudario inquietante, su tutto aleggia la domanda: quanto contano quei seggi, quanto sono in grado di influire sugli equilibri di nazionali? Quanto possono condizionare il governo di SuperMario Draghi?

Risposta difficile e non scontata. Di primo acchito, verrebbe da dire che il presidente del Consiglio è più che saldo in sella e con la sua maggioranza, sbrindellata ma senza alternative, non corre rischi. Però è noto che da noi anche il voto del più piccolo comune provoca ondate polemiche, figuriamoci se i responsi riguardano, come visto, metropoli di grande peso. Sull’altro piatto della bilancia sta il fatto che i partiti arrivano a questo appuntamento elettorale con l’occhio rivolto sopratutto al Pnrr e all’elezione del nuovo capo dello Stato. Distratti dunque, seppur non così svagati.

Il punto vero è che la cartina elettorale che verrà disegnata dalle urne di ottobre comunque vada risulterà contraddittoria. Il primo elemento è dato dalla natura stessa del voto. Mentre infatti il centrodestra governa quasi tutte le regioni – all’appello mancano solo Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Puglia, Campania – e ha ottime probabilità di vincere in Calabria dove pure aveva prevalso la forzista Jole Santelli purtroppo scomparsa – nei Comuni, a partire da quelli più importanti, la situazione si rovescia. Il centrosinistra, infatti, è dato vincente praticamente dappertutto. Certo, la vera incognita è Roma dove Pd e M5S sono l’uno contro l’altro e il centrodestra ha messo campo il “civico” Michetti, finora distintosi soprattutto per i continui riferimenti all’impero romano.

Ma è difficile pensare che l’eventuale successo di Gualtieri, ex ministro e vessillo del centrosinistra, possa far saltare gli approcci tra Letta e Conte oppure disarticolare le larghe intese che sostengono Palazzo Chigi. Piuttosto se le previsioni della vigilia saranno confermate si assisterà ad un’altra disarticolazione, più gravida di conseguenze. Quella che vedrà le Regioni in mano al centrodestra e i grandi comuni appannaggio del centrosinistra: con quale tasso di governabilità è complicato prevedere.

Esiste poi un’altra, più profonda contraddizione. Mentre il sistema elettorale regionale è di impianto proporzionale a turno unico, quello comunale a due turni richiama e fa rivivere il vecchio bipolarismo all’italiana, provocando alleanze e mappature politiche territoriali che rischiano di accrescere l’entropia già fortemente presente nel Palazzo. Un dato per tutti: la sostanziale assenza alla competizione del MoVimento, vincitore in molte piazze quattro anni fa e adesso ridotto a moncherino del successo che fu: toccherà al neo presidente Giuseppe Conte provare ad invertire la tendenza. Ma non nei seggi di prossima apertura. Senza dimenticare che, seppur nessun partito o forza politica ne parla, il convitato di pietra dello scontro politico è la riforma elettorale, enorme Araba fenice che appare e scompare con carsica frequenza.

Dunque bisogna tornare alla domanda iniziale: la tornata amministrativa conta politicamente sì o no e quanto? Come direbbe monsieur De La Palisse, conterà per i vincitori, mentre gli sconfitti faranno spallucce. Il governo di regioni e grandi città è importantissimo, ma al momento altri sono i campi in cui si giocano le partite decisive. Piuttosto le amministrative consentiranno di valutare il fenomeno dell’astensione e della disaffezione. Forse il dato davvero significativo – e di monito per tutti – sarà questo.

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