Intervista al politologo Dmitri Trenin, direttore del Carnegie Moscow. A due mesi dal summit di Ginevra è alta tensione fra Russia e Stati Uniti. Dal cyber al Mar Nero, ecco le micce che possono accendersi. Italia? Non è tempo di pontieri

Sono trascorsi due mesi da quando Vladimir Putin e Joe Biden a Ginevra hanno tracciato le loro “linee rosse” per scongiurare un’escalation senza ritorno. Due mesi dopo Russia e Stati Uniti vivono uno stallo strategico. Dai crimini cibernetici alla corsa alla militarizzazione dell’Est Europa, sono tante le possibili micce di uno scontro aperto. Dmitri Trenin, politologo, direttore del Carnegie Moscow, spiega quali in questa intervista rilasciata a margine dell’evento della Nato Defence College Foundation, “Black Sea and Balkan Perspectives”.

Trenin, cosa è cambiato da Ginevra?

È iniziato un dialogo fra ufficiali americani e russi, sono in preparazione altri incontri per una stabilizzazione strategica, così come sulla cyber-security. Sul cambiamento climatico c’è già stata la visita di John Kerry a Mosca per discutere con Putin, Lavrov e il consigliere per il clima del Cremlino. Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, Mosca e Washington hanno raggiunto un compromesso che ha dato il via libera all’assistenza umanitaria dell’Onu in Siria. Niente di tutto questo prefigura una vera de-escalation, ma il dialogo è ormai realtà, e questo è già un risultato, seppur limitato.

Il governo russo ha preso misure per fermare gli attacchi cyber contro gli Stati Uniti?

Per rispondere, bisogna guardare anche al numero di casi di hackeraggio riportati ufficialmente negli Stati Uniti. Non dimentichiamo che, da parte sua, la Russia non fa mistero di essere preoccupata delle interferenze cyber americane. Sia Putin che Biden hanno tracciato linee rosse a Ginevra. E credo che nessuna delle due parti abbia interesse a mettere alla prova la pazienza dell’altra.

La nuova strategia per la sicurezza nazionale russa accusa gli Stati Uniti di voler destabilizzare Mosca. Sembra che siamo ancora lontani da un vero reset delle relazioni.

Già a Ginevra era chiaro che non ci sarebbe stata stata speranza di un reset, o anche solo di un rilassamento dei rapporti. L’obiettivo era semmai un altro: assicurarsi che Stati Uniti e Russia gestissero il loro confronto quotidiano piuttosto che proseguire in una serie di pericolosi fraintendimenti.

Putin sta usando la politica estera per coprire una serie di difficoltà sul fronte interno, dall’economia alla campagna vaccinale?

Parto dalla premessa della domanda. Le sfide domestiche in Russia, Stati Uniti, Ue e altrove oggi sono più gravi di quelle estere, e non si possono affrontare efficacemente con avventure all’estero. Come oggi, anche per le azioni russe in Crimea, Donbass e Siria c’erano ragioni precise. Ma a mio parere non avevano nulla a che vedere con considerazioni di politica interna.

Crede che un peggioramento delle relazioni bilaterali e delle tensioni militari in Europa possa spingere la Russia fra le braccia della Cina?

Le relazioni russo-cinesi seguono un corso a se stante. Questi due Paesi sono vicini e condividono lo stesso confine. Il riavvicinamento è iniziato nel 1989 ed è da allora è stato continuo. Dal 2014 le sanzioni di Ue, Usa e dei Paesi G7 hanno avuto un impatto sul commercio fra la Russia e l’Occidente, e hanno spinto Mosca a guardare a Pechino per gli scambi economici e tecnologici. La pressione simultanea degli Stati Uniti su Cina e Russia continua a stimolare la cooperazione fra i due Paesi anche nell’area militare.

Biden ha fatto un’eccezione sul Nord Stream II, il gasdotto che collega la Russia alla Germania, sospendendo le sanzioni sul progetto. Come legge questa concessione?

A mio parere, Washington ha deciso di fare concessioni a Berlino su un tema di grande importanza per la Germania in cambio di un coordinamento più stretto sulla politica estera (Russia compresa) insieme al suo principale alleato in Europa. Per gli alleati est-europei e l’Ucraina è stato un segnale. Quest’amministrazione, a dispetto di tutta la sua retorica ideologica, ha un’idea molto sobria della politica estera.

Non solo Europa. Il Mar Nero è teatro di nuove tensioni fra Russia e Nato. Il Cremlino sta cercando di usare la Turchia contro l’alleanza?

Difficile usare un Paese come la Turchia contro o per qualcosa. Piuttosto, Erdogan sta giocando il suo gioco usando le sue connessioni con vari player internazionali, inclusa la Russia, per ribaltare gli equilibri regionali e globali a suo favore. Per Mosca, la Turchia è un vicino importante. Un po’ partner, un po’ competitore, comunque sempre da prendere seriamente.

C’è il rischio di uno scontro diretto fra navi russe e la Nato?

Non siamo ancora a questo punto. Ma gli scontri in corso devono essere presi molto seriamente per evitare una collusione non voluta, che potrebbe sfociare in un’escalation e, potenzialmente, in un conflitto aperto.

L’Italia è sempre stata considerata un possibile pontiere fra Stati Uniti e Russia. Quel ruolo è ancora attuale oppure è ormai anacronistico?

Non penso che Stati Uniti e Russia abbiano bisogno di intermediari. Le relazioni fra Russia e Italia sono essenzialmente bilaterali: Mosca valuta l’Italia per quello che è, che può offrire, piuttosto che per eventuali servizi che può mettere a disposizione all’interno della Nato e dell’Ue. Si tratta essenzialmente di un’attitudine amichevole che non dipende dalla composizione del governo italiano o dal suo leader.

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