Il riscaldamento del globo è “inequivocabilmente” colpa nostra, e accelera. Molti danni sono già irreversibili e servono azioni drastiche nel prossimo decennio per limitare gli impatti più gravi del cambiamento climatico. Dopo l’ultimo rapporto-fiume dell’Ipcc palla ai governi, che si riuniranno a novembre per la conferenza sul clima ospitata da Regno Unito e Italia

Siamo l’ultima generazione che può ignorare il monito degli scienziati, perché tra poco più di un decennio sarà già troppo tardi. Alcuni cambiamenti, come lo scioglimento della calotta artica e dei ghiacciai, l’aumento del livello delle acque e la loro acidificazione, sono già irreversibili. Gli eventi climatici estremi – come gli uragani, le alluvioni in Germania e Cina, le ondate di caldo e gli incendi che consumano la Grecia e gli Usa – non potranno che aumentare. I prossimi dieci anni sono l’ultima finestra temporale per contenere, mediante azioni drastiche, i danni, che si aggraveranno esponenzialmente superata la soglia di +1.5°C rispetto ai livelli preindustriali.

Queste le ultimissime conclusioni dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), l’ente onusiano che riunisce centinaia di esperti internazionali sul clima e produce i report omnicomprensivi con la diagnosi scientifica dello stato del pianeta. Il penultimo rapporto (nel 2013) ha fornito le basi scientifiche per gli Accordi di Parigi del 2015, dove quasi tutte le nazioni si sono impegnate a ridurre i gas serra in modo da contenere il riscaldamento globale.

L’ultimo rapporto, pubblicato oggi (e primo di tre), ha avuto una gestazione di otto anni e si è nutrito di oltre 14.000 studi scientifici peer-reviewed. Il sommario è stato rivisto dai rappresentanti di 195 Paesi, che ne hanno approvata la formulazione. I risultati sono preoccupanti: per gli scienziati l’azione umana è “inequivocabilmente” responsabile per il riscaldamento del pianeta, che sta accelerando (oggi siamo a +1.1° rispetto ai livelli preindustriali). Di più: ai ritmi attuali di emissioni la soglia critica di +1.5° verrà raggiunta un decennio prima di quanto predetto, ossia attorno al 2034, o comunque entro il 2040 anche secondo gli scenari migliori.

Ora la sfida – ridurre la produzione di gas serra – è la stessa delineata negli Accordi di Parigi. L’urgenza, invece, è aumentata, perché abbiamo meno tempo del previsto per limitare le ripercussioni più gravi del cambiamento climatico. “Questo rapporto […] mostra che possiamo rimanere entro 1,5° solo riducendo le emissioni nel prossimo decennio”, ha detto alla BBC Joeri Rogelj, direttore di ricerca al Grantham Institute dell’Imperial College di Londra e tra gli autori principali dello studio. “Se non lo facciamo,quando pubblicheremo il prossimo rapporto Ipcc a fine decennio, l’opportunità sarà già svanita”.

Nella doccia gelida del rapporto Ipcc fanno capolino anche nuove speranze: secondo la scienza, tagli importanti alle emissioni di gas serra possono stabilizzare le temperature in aumento. Il segretario generale dell’Onu António Guterres, definendo il rapporto “un codice rosso per l’umanità”, ha invocato la fine delle aperture di nuove centrali a carbone, delle esplorazioni dedite ai combustibili fossili e della deforestazione “prima che distruggano il pianeta”.

Le conclusioni degli scienziati forniscono le basi di discussione la conferenza per il clima COP26 di Glasgow, co-organizzata dall’Italia, dove a novembre 197 Paesi sono chiamati ad aggiornare al rialzo i propri obiettivi di decarbonizzazione. “Non possiamo permetterci di aspettare due, cinque o 10 anni: questo e’ il momento, o si agisce ora o non avremo piu’ tempo”, ha detto il presidente di COP26 Alok Sharma. Presa visione del rapporto Ipcc, oggi la conferenza è stata indicata come un possibile punto di svolta dallo zar del clima americano, John Kerry, dalla sua controparte a Bruxelles Frans Timmermans (vicepresidente della Commissione per il Green New Deal europeo) e dal premier britannico Boris Johnson, tra gli altri.

Certo, aspettarsi che tutti i Paesi convergano sulla necessità di agire urgentemente è forse troppo speranzoso. La Cina, che da sola produce più gas serra di tutti gli altri Paesi industrializzati messi insieme (anche se il consumo pro capite è inferiore a quello europeo o americano), ha già chiarito che non intende frenare la propria crescita per venire incontro agli obiettivi ambientali definiti da quasi tutte le altre nazioni del G20. Del resto, come dimostra anche l’approccio di Washington (confronto tout court con Pechino ma collaborazione sul clima), è evidente che la corsa alla decarbonizzazione sia già diventata una leva-chiave per gli equilibri geopolitici globali.

Per il presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile  Edo Ronchi, “non possiamo più rimandare aspettando che tutti si decidano a partire col medesimo passo: insieme all’Unione Europea dobbiamo sfidare i paesi ritardatari, in particolare la Cina, dimostrando che possiamo  avere un’economia competitiva e climaticamente neutrale”. Con il pacchetto Fit for 55 l’Ue è effettivamente all’avanguardia globale sulla questione e sta mettendo a punto meccanismi di compensazione (occhieggiati anche dagli Usa) per spingere anche gli altri Paesi a seguirla.

Certo, non sarà un processo privo di frizioni. I Paesi del G7 hanno promesso a giugno di lavorare per contenere il riscaldamento entro +1,5° (e aiutare certi Paesi emergenti a fare lo stesso), ma anche per loro la strada è ancora in salita. E la Cina non è l’unica a tirare il freno sulla corsa alla decarbonizzazione (si legga alle voci Russia, India, Brasile). Appuntamento alla Cop26 di novembre, quando i singoli Paesi, davanti al consesso globale, dovranno presentare i propri obiettivi aggiornati.

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