Il nuovo film di Riccardo Milani “Un gatto in tangenziale – Ritorno a Coccia di morto”, è pellicola in cui la freschezza dell’intreccio e un umorismo originale ne fanno un racconto da nuova commedia all’italiana. Prevedibile blockbuster

Dopo il neo-romanesco (“me so ccapita io”: Monica/Paola Cortellesi) e un italiano con cadenza lombarda (Giovanni/Antonio Albanese) di Come un gatto in tangenziale (2017), ti spiazza l’incipit in inglese del sequel Come un gatto in tangenziale Ritorno a coccia di morto (2021). Del resto siamo a Londra, in un pub frequentato da giovani dove si incontreranno, casualmente, due ex fidanzatini…

Come un gatto in tangenziale –Ritorno a coccia di morto (2021), sempre a firma del bravo Riccardo Milani, si conferma come un felice dittico sul tema centrale dell’incontro, nell’era digitale, tra quarto stato e borghesia interessata alla cultura. Tra chi ha studiato e porta avanti un lavoro onesto, impegnandosi nel sociale (Giovanni), e chi deve evitare (ma stavolta non le riesce, Monica) la prigione, per via delle sorelle affette di shopping compulsivo (le attrici, felicemente extralarge, Alessandra e Valentina Giudicessa).

Milani, che conosce bene i meccanismi della sophisticated comedy degli anni Trenta (Capra, Lubitsch, Sturgess, Hawks), ossia l’intreccio in cui si re-incontrano le coppie precedentemente separate dal destino, cita appunto luoghi distanti tra loro: il college (seppur solo menzionato, per Agnese, a Londra); il bar per il cameriere Alessio (Simone De Bianchi, sempre a Londra); la casa di rieducazione (il carcere, per Monica, a Roma); l’ufficio di Giovanni.

Giovanni è chiamato al cellulare, dopo tre anni, da Monica, dalla sua cella, condivisa con altre due simpatiche ospiti. Chiede aiuto. L’uomo riesce, tramite il suo avvocato, ad ottenere, per la borgatara, la pena alternativa: lavoro socialmente utile in una parrocchia che si occupa di volontariato. Con obbligo di soggiorno.

La parrocchia è ovviamente di periferia e, guarda caso (sempre in ossequio ai bilanciamenti drammaturgici della commedia), si affaccia su un edificando centro culturale. Enti pubblici e, soprattutto, facoltosi sponsor stanno creando uno “Spazio vivo” (sic) per portare la cultura in borgata, favorire l’inclusione, migliorare l’eco-sostenibilità delle degradate periferie, ecc. Con il finanziamento, va da sé, dei fondi europei. Autore e responsabile del progetto è il “pensatore” Giovanni.

Monica creerà, involontariamente, problemi, pur vivendo in parrocchia e controllata da due anziane suore, correndo, nello “Spazio vivo”, da Giovanni, nei momenti meno opportuni. Don Davide (Luca Argentero), il bel parroco, atletico (un asso a calcetto con i ragazzi), definito ironicamente “pio” dalle donne del volontariato (l’aggettivo allude a “bono”), molto attivo nel sociale, troverà in Monica una valida collaboratrice, dalla quale imparare qualche atto illegale.

La freschezza dell’intreccio, l’umorismo raggiunto con battute brevi, l’evitare le volgarità, il giocare sull’“inquadratura a sorpresa” del personaggio chiamato in campo, sono il pregio della pellicola (scritta da Milani, Cortellesi, Giulia Calenda e Furio Andreotti). I due discorsi etici (l’omelia di don Davide sulla “necessità” di avere un amico povero; le giuste motivazioni per un efficace centro sociale nel discorso di Giovanni, nel finale), per quanto non inediti, raggiungono lo spettatore perché recitati con credibilità. E fanno da equo contrappeso a una realtà di periferia, chiassosa, felliniana, iperreale, ma mai sguaiata; una borgata, in altre parole, che va educata, suggeriscono gli sceneggiatori, senza la penna rossa.

In questa alternata narrazione sociologica tra periferia e centro, tra cultura borghese e realtà di borgata (come già nel primo film), Milani procede senza sbalzi narrativi, dirige gli attori in sottrazione, controlla gli sguardi di Cortellesi quando gira gli occhi verso l’alto (memore di Verdone? a dire “che ce posso fa?)” e strizza l’occhio con citazioni (per es., Kubrick e Bergman) a quel pubblico acculturato che non la pensa come Monica, la quale ripete, appena può, il suo nuovo tormentone, “con la cultura non se magna”.

Se poi Un gatto in tangenziale – Ritorno a coccia di morto sarà apprezzato a Parigi, Berlino, Tokio, New York e Los Angeles, è anche perché Milani, da buon confezionatore, ci ha messo dentro un tour turistico di notte, poco narrativo, ma che avrebbe fatto invidia al Billy Wilder di Vacanze romane. Considerando, infine, un happy end aperto, sulla colorata, affollata spiaggia di “Coccia di morto”, aspettiamoci il terzo capitolo, una sorta di nipotino. Di chi?

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