Cosa succederebbe sulla Luna se un gruppo di astronauti americani e un gruppo di taikonauti cinesi volessero trasformare in acqua lo stesso sedimento di ghiaccio? Il tema non è ancora normato, ma potrebbe diventare attualissimo nel giro di una decina d’anni. Washington e Pechino puntano entrambe al polo sud lunare…

La corsa allo Spazio è tornata al centro dell’agenda delle grandi potenze. Stati Uniti e Cina puntano entrambi alla Luna, e al momento non c’è alcuna norma in grado di prevenire possibili incidenti. Tara Copp, senior reporter al Pentagono per DefenseOne, una delle testate online più lette nel mondo militare a stelle e strisce, si è chiesta ieri: “Se Stati Uniti e Cina rivendicano lo stesso sito per le rispettive basi lunari, chi vincerà?”.

UN VUOTO DA COLMARE

La domanda pare più che pertinente, considerando che i programmi verso la Luna di Washington e Pechino condividono lo stesso obiettivo (una stazione permanente in superficie) nel medesimo luogo (il polo sud del satellite naturale). È d’altra parte l’area più adatta a costruire una presenza sostenibile, soprattutto per la presenza di ghiaccio e l’esposizione alla luce solare, indispensabile per alimentare le strutture. Un’area ampia, ma forse non così tanto da garantire co-abitazione. Ci sono infatti “solo pochi luoghi sulla Luna dove avrebbe economicamente senso costruire una base”, ha spiegato Bleddyn Bowen, professore all’Università di Leicester e autore di uno dei volumi di riferimento per la nuova corsa spaziale, “War in Space”. Ne consegue la domanda di Copp.

IL PROGRAMMA ARTEMIS

Gli Stati Uniti puntano alla Luna con il programma Artemis (a cui ha aderito anche l’Italia), voluto da Donald Trump e confermato da Joe Biden, visti i numerosi interessi dei colossi privati sul tema. Il piano prevede una struttura in orbita (il Lunar Gateway) e una base in superficie, da intendere come primo passo per l’ancora più ambizioso passaggio verso il Pianeta rosso. L’attuale amministrazione ha presentato al Congresso una richiesta per il 2022 pari a 24,7 miliardi di dollari per la Nasa, un aumento del 6,3% rispetto allo scorso anno. Richiesta rimpinguata nei programmi di esplorazione, a partire da Artemis, con 325 milioni in più rispetto agli 850 approvati per il 2021. Bill Nelson, capo della Nasa, ha già detto che ne serviranno di più per fronteggiare la Cina.

I PIANI DI PECHINO (CON MOSCA)

Pechino pare in effetti ben lanciata. Il progetto per la nuova stazione spaziale (Tiangong-3) procede spedito, con il rischio che dal 2030 l’unico avamposto abitabile nell’orbita terrestre sia cinese, stanti gli attuali programmi di dismissione della Iss (verso un futuro commerciale). Anche per la Luna la tabella di marcia cinese è ben avviata. A inizio 2019 (poco prima dell’annuncio Usa su Artemis) la sonda Chang’e 4 sorprese il mondo, diventando la prima nella storia a posarsi sul lato nascosto della Luna (cosa che continua a preoccupare gli americani). Più di recente, a dicembre, la missione Chang’e 5 ha permesso alla Cina di diventare il terzo Paese al mondo a riportare a Terra campioni della superficie lunare (non succedeva dal 1976, missione sovietica Luna 24, quattro anni dopo l’Apollo 17).

Ora l’impegno è concentrato sulla collaborazione con la Russia per la International lunar research station (Ilrs). Già a settembre 2019, le due agenzie Roscosmos e Cnsa hanno siglato una prima intesa per collaborare nel campo. Lo scorso marzo è arrivato il memorandum per realizzare la Ilrs e, ad aprile, è stata illustrata la tabella di marcia.

IL RISCHIO SOVRAPPOSIZIONE

La prima fase del progetto russo-cinese comprende le missioni già avviate e in corso, con l’obiettivo di acquisire dati preziosi per stabilire una base in superficie. La seconda fase sarà dedicata alla “costruzione”, tra infrastrutture orbitati e in superficie per comunicazioni, approvvigionamento energetico e utilizzo delle risorse in situ. Poi, dal 2036 in poi, si passerà alla “utilizzazione”, con l’arrivo degli equipaggi in superficie. Le date si potrebbero tranquillamente sovrapporre a quelle americane. La data fornita da Trump per il ritorno dell’uomo (e l’arrivo della prima donna) nel 2024 pare ormai superata, e sarebbe comunque uno dei molteplici passi necessari a realizzare una base permanente.

LA QUESTIONE NORMATIVA

La corsa è scientifica, tecnologica e industriale, ma anche profondamente normativa. Il riferimento attuale sull’uso delle orbite è il Trattato sullo spazio extra-atmosferico, risalente al 1967, evidentemente datato rispetto agli scenari attuali. Vieta l’uso di armi nucleari nello spazio e il collocamento di installazioni militari al di fuori della Terra, chiedendo ai Paesi di consultarsi in caso di attività potenzialmente dannose per gli altri. Altrettanto datato appare il Moon Treaty, siglato nel 1979 e ratificato da soli 18 Paesi (non ci sono Cina, Russia né Usa), che definisce la Luna come “patrimonio comune del genere umano”, formula che di fatto impedisce la possibilità di rivendicare la proprietà sulle sue risorse, linea superata dal momento in cui si immagina la possibilità di sfruttare i materiali lunari per intraprendere ulteriori viaggi o alimentare l’economia terrestre.

IL DIBATTITO (E IL RUOLO ITALIANO)

È per questo che da un paio d’anni si è riacceso il dibattito sul diritto spaziale, con l’Italia in prima linea grazie alla presidenza del G20 (qui un focus). Eppure, l’attenzione principale riguarda le orbite terrestri, lì dove spaventa la crescente space debris e dove si concentrano le altrettanto crescenti capacità militari, tra manovre di prossimità e armi anti-satellite. Un po’ in secondo piano il tema lunare, che rischia dunque di lasciare privi di norme di comportamento i futuri astronauti, taikonauti e cosmonauti che si ritroveranno sul polo sud della Luna.

GLI ARTEMIS ACCORDS

“Se hai una situazione del genere, e stai cercando di fare qualcosa nello stesso identico punto, essenzialmente vale la regola del chi arriva per primo”, ha spiegato a DefenseOne Alex Gilbert, ricercatore del Payne Institute presso la Colorado School of Mines. “E se non sei il primo – ha aggiunto – l’unica alternativa è rimuovere con la forza l’occupante”. Per cercare una soluzione, gli Stati Uniti hanno chiesto ai partner del programma lunare di siglare gli Artemis Accords, presentati come “un insieme comune di princìpi per regolare l’esplorazione e l’uso civile dello Spazio esterno”. Invitano (i firmatari) a condividere le ricerche scientifiche, affermano il principio di trasparenza tra partner, di interoperabilità tra i sistemi e di assistenza in caso di emergenza. Insistono anche sul contrasto alla space debris e (in più parti) sull’aspetto esclusivamente pacifico dell’attività.

LE PARTI INSOLUTE

La parte intitolata “Space resources” (quella che ha più fatto arrabbiare la Russia) spiega che “la capacità di estrarre e utilizzare risorse su Luna, Marte e asteroidi sarà fondamentale per supportare l’esplorazione e lo sviluppo sicuro e sostenibile dello Spazio”. Gli Artemis Accords lanciano anche l’idea di “zone di sicurezza”, impegnando i firmatari a rafforzare le comunicazioni tra missioni che operano nella stessa area. Non c’è però nulla sulle norme da tenere con chi non firma gli Artemis Accords. Al momento il quesito è dunque insoluto: cosa succederà quando un gruppo di taikonauti deciderà di smontare una struttura americana per sostituirla con una cinese, o viceversa?

Condividi tramite