La debacle afghana, i problemi dell’America. Analisi con Mario Del Pero (SciencesPo) sul ritorno dei Talebani visto da Washington: “È un’umiliazione, per gli Usa e chi li guida”

L’immagine dell’aereo cargo della US Air Force rincorso da dozzine di afghani (alcuni aggrappati a parti del carrello, con conseguenze tragiche) lungo la pista dell’aeroporto di Kabul è l’iconografia del ritorno dei Talebani, della caduta dell’Afghanistan nel baratro da cui venti anni di intervento militare occidentale l’aveva solo apparentemente tolto.

“È un’umiliazione, per gli Usa e chi li guida. Joe Biden ha seguito la linea di Donald Trump e sostanzialmente applicato gli accordi del febbraio 2020, ma di certo non si pensava a una debacle simile e alla necessità di evacuare in tempi così stretti”, commenta con Formiche.net Mario Del Pero, docente di Storia Internazionale e Storia della politica estera statunitense all’Institut d’études politiques di Parigi.

Non più di una settimana fa, le stime più pessimistiche parlavano di una finestra di 60-90 giorni prima che il Paese collassasse in mano al gruppo insorgente creato dal Mullah Omar nel 1994. Ma la situazione è precipitata senza controllo. “Li abbiamo preparati per il fallimento”, ha detto al New York Times David H. Petraeus, generale iconico che ha comandato le forze internazionali in Afghanistan dal 2010 fino a quando è stato nominato direttore della Cia l’anno successivo. La squadra del presidente Biden, secondo Petraeus, “non ha riconosciuto il rischio incorso dal rapido ritiro” dei droni di intelligence e da ricognizione e del supporto aereo ravvicinato, così come il ritiro di migliaia di contractor che hanno tenuto in volo l’aviazione afghana (tutto nel mezzo di una stagione di combattimenti particolarmente intensa). Il risultato, spiega il comandante americano, è stato che le forze afgane sul campo avrebbero “combattuto per alcuni giorni, e poi si sarebbero rese conto che non c’erano rinforzi”, e per questo “l’impatto psicologico è stato devastante”.

“L’immagine e la credibilità degli Usa e, anche, dell’amministrazione Biden ne escono fortemente danneggiati, su questo non c’è dubbio”, aggiunge Del Pero: “Ma la storia ci insegna che quello della credibilità è un feticcio, spesso invocato per giustificare interventi inutili o per prolungarli senza senso (e questa sarebbe, se ben interpretata, una delle fondamentali lezioni del Vietnam). Tutto dipenderà da come governeranno questi nuovi Talebani. Se l’Afghanistan dovesse diventare nuovamente una zona franca dove operano gruppi terroristici capaci di colpire l’Europa e gli Usa, allora Biden diverrebbe a tutti gli effetti colui che ha perso l’Afghanistan; se garantiscono un minimo di ordine e disciplina (che poi erano la premessa e l’auspicio dietro i negoziati e gli accordi dell’anno scorso, ndr), se insomma l’Afghanistan esce dai radar pubblici, politici e mediatici, allora anche questo fiasco sarà archiviato”.

È il dubbio delle cancellerie internazionali: i Talebani saranno in grado nei fatti di meritarsi il riconoscimento che cercano sganciandosi da Al Qaeda e combattendo contro l’IS nel Khorasan? L’assurdo sta nel fatto che a venti anni di distanza dall’intervento occidentale ci si ritrova davanti alla necessità di pensare a un qualche approccio pragmatico nei confronti del gruppo armato contro cui si era entrati in guerra.

“Quella — continua il docente dell’università francese — era una guerra per colpire Al Qaeda, rovesciare il regime che le aveva permesso di avere la sua base e le sue infrastrutture, modernizzare l’Afghanistan e, nel farlo, garantire l’estensione di alcuni fondamentali diritti civili e politici. Queste, in sintesi estrema, erano le variabili che convergevano nell’equazione che definiva le matrici dell’intervento. E però, come già in passato, sono scattati vari cortocircuiti: della strategia della modernizzazione (e degli assunti che vi sottostanno) e dell’interventismo umanitario. Ancora più acuti in un contesto così complicato come quello afghano. Di soldi ne sono stati investiti non pochi: chi ha provato a stimarli ha prodotto cifre da capogiro. E però i risultati non sono stati quelli attesi e da un certo momento in poi negli Usa tutta la narrazione politica, mediatica e pubblica si è concentrata sulla corruzione, il malgoverno, l’inefficienza militare”.

Quasi una mezza dozzina di funzionari statunitensi (in tutta l’amministrazione) dicono alla Reuters che c’è una crescente frustrazione e persino rabbia per il modo in cui Biden ha gestito l’evacuazione da Kabul. Spiegano che la sua Casa Bianca ha perso troppo tempo nei mesi precedenti la settimana scorsa. Quei funzionari dichiarano (in forma anonima) che i militari da settimane hanno comunicato alla Casa Bianca che erano pronti a fare di più per evacuare gli afgani, ma la decisione non è arrivata fino a quando non è stato troppo tardi.

“La frustrazione verso quanto accadeva in Afghanistan — spiega Del Pero — e la disillusione sulla possibilità, irrealistica e velleitaria, di modernizzarlo, democratizzarlo, occidentalizzarlo si è già intrecciata con il mutare delle condizioni che quell’intervento avevano provocato, giustificato e legittimato. Nel 2008 gli Usa e il loro sistema politico si trovano a fronteggiare diversi fronti di crisi: economica, di politica estera, di legittimità stessa delle istituzioni. È, se vogliamo uno slogan, una crisi della globalizzazione Usa-centrica che, tra le altre cose, è crisi (e, appunto, delegittimazione) di un interventismo globale nel quale centrale è l’hard power militare. Da allora in poi la questione è come disimpegnarsi, e anche la bizzarra surge di Obama (con annessa deadline: tu aumenti le truppe ma annunci una scadenza!) è funzionale a quello”.

“L’America First di Trump, che in fondo è anche quella del nazionalismo progressista di Biden, è anche la come home America: di mandare ragazzini del North Dakota a morire in Afghanistan non ne ha voglia più nessuno”, aggiunge il docente. Il ritiro è un imperativo politico-elettorale, insomma, come tanti sondaggi hanno mostrato. E su questo si spiega anche l’evidente continuità tra il secondo mandato di Barack Obama, Trump e ora Biden.

Anche la giustificazione etica ed ideale dell’intervento viene meno, ovvero viene meno il clima che la alimenta, giustifica e legittima? “La breve era della guerra umanitaria e dei diritti umani in fondo sta dentro l’arco tra Iraq-1 (1991) e Iraq-2 (2003), o al massimo possiamo spingerla fino alla Libia (2011)”, risponde Del Pero: “I doppi standard dell’interventismo umanitario, le sue mille opacità, l’idea stessa della guerra per la vita, l’unilateralismo statunitense, la notte della ragione del Patriot Act e di Guantanamo discreditano e delegittimano i codici e, se vogliamo chiamarla così, l’ideologia dei diritti umani e dell’interventismo umanitario (non aiuta che alcuni dei suoi principali cantori e teorici, a partire da Tony Blair con la sua associates finiscano poi per fare consulting per Kazakhistan, Azerbaijan etc)”.

Condividi tramite