La soggettività della politica sembra aver contagiato l’oggettività dei dati. Sembra che i numeri siano destinati a diventare meno testardi. Eppure sono lì, implacabili, a ricordare la realtà… Il commento di Antonio Mastrapasqua

A parlare di spending review è rimasta solo Veronica de Romanis. L’economista è una voce fuori da un coro che sempre più orgiasticamente insiste con il nuovo mantra: “Spendi, spendi, spendi”. Il debito pubblico ancora in crescita non intimidisce nemmeno i censori più severi di 10-15 anni fa. Anche l’ineffabile Carlo Cottarelli è diventato un ospite meno assiduo delle tribune televisive e dei giornali.

La soggettività della politica sembra aver contagiato l’oggettività (presunta?) dei dati. Sembra che i numeri siano destinati a diventare meno testardi. Eppure sono lì, implacabili, a ricordare la realtà. Nell’ultima rilevazione della Banca d’Italia relativa al mese di giugno il debito pubblico italiano è salito fino a sfiorare i 2.700 miliardi di euro. Durante il mese di giugno, il debito delle amministrazioni pubbliche è aumentato di circa 9,2 miliardi rispetto a maggio, raggiungendo così il livello di 2.696,2 miliardi. Con la solita menzione negativa delle amministrazioni centrali, a cui si deve imputare tutta la crescita del debito, a fronte di un debito delle amministrazioni locali che è sceso di 200 milioni di euro.

Nessuno a stracciarsi le vesti. Nessuno a invocare un controllo della spesa. Anzi. La retorica delle auto blu e dei rimborsi spesa degli amministratori per ridurre la spesa pubblica non fa più breccia. Si ha la sensazione di essere entrati in una condizione onirica, per cui l’assegno di 24 miliardi depositato dall’Unione europea sul conto della Tesoreria italiana, viene preso come un regalo, e non come un nuovo prestito. Quasi tutta la pioggia di denaro attesa da Bruxelles è a debito. A tassi buoni, sì. Ma finirà per aggravare, e non di poco, il debito pubblico.

Ma tutto tace. Con la scusa di uno spread basso e di un tasso di crescita del Pil insolitamente alto, sembra di poter cantare le “magnifiche sorti e progressive” di un Paese che deve ancora colmare il divario di crescita cumulato negli ultimi vent’anni, per poter davvero immaginare di gioire per una crescita “reale”.

Sarebbe utile cercare di comprendere come è accaduto che anche i numeri del bilancio dello Stato siano diventati occasione di opinione, non di misurazione della realtà. La crisi prodotta dalla pandemia ha finito per aumentare il debito, l’Europa ha capito che la politica eccessivamente restrittiva aveva finito per uccidere il malato, ma le ragioni per brindare non ci sono. I numeri lo ricordano, ma tutti o quasi guardano da un’altra parte. Chi dovesse sollecitare un nuovo attento controllo sulla spesa pubblica potrebbe finire per essere etichettato come “disturbatore del manovratore”, o come “disfattista”.

Il prestito europeo a fronte della realizzazione del Pnrr aggiungerà debito a debito. La riforma degli ammortizzatori sociali, che secondo il ministro del Lavoro Andrea Orlando dovrebbe essere definita nella prossima legge di bilancio, aggiungerà debito a debito. Il reddito di cittadinanza, che anche il presidente del Consiglio ha finito per lodare, pur di non creare tensioni con le anime divise ma mai imbelli del Movimento 5 stelle, aggiungerà debito a debito. Controllare e ridurre questo flusso di denaro sembra un’operazione da arcigni ragionieri e non da grandi visionari del futuro.

Ma chi popolerà questo futuro? Chi potrà portarsi sulle spalle un debito pro capite di 46.000 euro (neonati e ultranovantenni compresi)?

L’espansione economica che viene registrata, è bene ribadirlo, non sta ancora colmando il buco creato dalla pandemia e nemmeno quello della doppia crisi del 2008-2013. Il Pil cresce, ma la redistribuzione è di là da venire; c’è solo da recuperare. È tornato in voga anche il progetto del ponte sullo Stretto di Messina, che solo dieci anni fa veniva bollato come una idiozia e una provocazione. Ora pur di spendere potrebbe essere riproposta la funivia Battistini-Casalotti a Roma. Lo stadio no, troppo facile.

Ma non ci vuole un economista di Harvard per comprendere che il debito pubblico che continua a gonfiarsi alimenta una sola grande domanda: chi paga?

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