La diffusa discussione su cosa sarà della Chiesa cattolica dopo Francesco sembra preludere ad un imminente conclusione del pontificato, quasi un sollievo per alcuni che ne scrivono, accompagnando le proprie riflessioni con infausti presagi. Ma siamo così sicuri che la Chiesa in uscita avrebbe portato a galla solo divisioni e conflitti?

Si dimette? Lo farà presto? E cosa lascerebbe? La diffusa discussione su cosa sarà della Chiesa cattolica dopo Francesco sembra preludere ad un imminente conclusione del pontificato, quasi un sollievo per alcuni che ne scrivono, accompagnando le proprie riflessioni con infausti presagi. La Chiesa in uscita avrebbe portato a galla solo divisioni e conflitti, non avrebbe avvicinato nuovi credenti, la crisi vocazionale permarrebbe, come la scarsa partecipazione alle funzioni domenicali, come gli scandali, ma in un contesto di crisi del centro e spinte centrifughe. La secolarizzazione galoppante dimostrerebbe che non si è riusciti a invertire la tendenza. Dunque la novità sarebbe che prima si soccombeva felici, ora scontenti e divisi. Tutto qui?

Una risposta interessante a queste domande e a questi interrogativi può venire da due confronti: quello con l’islam e con la citata secolarizzazione. Cominciamo da quest’ultima. Sta bene la secolarizzazione? Per rispondere occorre prima chiedersi: in cosa consiste? Oggi secolarizzazione sembra volere dire rinuncia all’idea che il mondo possa cambiare, o essere cambiato, che si regga sull’individualismo esasperato, sul consumismo, sull’indifferenza per il prossimo come persona o come Stato vicino. Se questo è il significato di secolarizzazione mi sembra di poter dire che l’unica alternativa alla secolarizzazione non siano gli avversari di Francesco, sovente ispirati da un cattocapitalismo a trazione neocon e quindi favorevoli alle regole del liberismo economico, derivato oggi primario della secolarizzazione. Né mi sembra che un’alternativa alla secolarizzazione si veda in quel che resta della vecchia “sinistra”, anch’essa adeguatasi per quieto vivere alle regole del liberismo economico e del consumismo. Tanto meno si vede negli alleati politici dei detrattori di Francesco, portatori primari di liberismo economico. Si può trovare invece nei gruppi Laudato si’ che fino a pochi anni non esistevano e oggi aggregano giovani, o nel progetto Economy of Francis , che ha coinvolto realtà prima dimenticate. E altro.

La Chiesa in uscita di Francesco sembra dunque offrire una risposta concreta alla vituperata secolarizzazione (reale) in nome di un bisogno spirituale che parte da un bisogno umano di fratellanza, solidarietà, amicizia sociale. Se la secolarizzazione è quella che abbiamo sommariamente descritto, la sola offerta spirituale, culturale e sociale alternativa alla secolarizzazione è quella della Chiesa in uscita di Francesco. Non si può sperare di sfidare e magari sconfiggere questa secolarizzazione con il suo consenso: si finisce nel suo mirino, se la sfida. E si incontrano anche difficoltà di comunicazione con chi, convinto che ormai il mondo non possa cambiare, non crede in nessun cambiamento possibile, e resta nel suo pessimismo silente. Questo pessimismo però deriva dal fatto che nessuno, tolta la Chiesa in uscita, ci dice che un altro mondo è possibile, come la rivoluzione degli infinitamente piccoli. A chiosa di queste considerazioni aggiungerei che rinunciare vorrebbe dire consegnare il desiderio di cambiare il mondo a chi vuole farlo contro il mondo. E proprio questo ci porta al secondo confronto.

Il secondo confronto è quello con l’islam. La fase d’oro del mondo arabo – islamico fu quella che potremmo chiamare dell’islam in uscita: poi davanti a gravi problemi si ritenne che bisognava fermarsi, chiudersi. La legge civile andava identificata con quella religiosa e la legge religiosa andava considerata ormai definitiva, chiusa per sempre, non più perfettibile. Il Califfo, mediando un linguaggio altrui, divenne “l’ombra di Dio sulla terra”. La legge civile così si è piegata alla legge religiosa, che aggrappata al potere civile ha preservato un’apparente islamicità. Nel nome dell’illusione che islamicità volesse dire essere un giudice eterno, al di sopra e al di là della storia. Ma questa legge ha creato una politica sociale islamica? C’è una fratellanza almeno tra musulmani che non sia quella di farsi crescere un bernoccolo gommoso in fronte per far vedere che ci prostra fino a toccare con la fronte per terra per ben cinque volte al giorno? O la fratellanza almeno tra musulmani dovrebbe significare un’eruzione di rabbia di tanti governi per quello che i Talebani dicono contro le donne in nome dell’islam?

Ma i governi questo non lo possono fare, non lo vogliono fare. Una legge religiosa, scritta da giuristi islamici circa mille anni fa, mica poteva parlare il linguaggio di oggi, mica poteva riferirsi alla donna come è acquisito nel XXI secolo. Se lo si facesse sarebbe un cedimento, magari non alla secolarizzazione ma all’occidentalizzazione. Come qui sarebbero cedimenti, non all’occidentalizzazione ma alla secolarizzazione, altri possibili riconoscimenti, magari di divorziati risposati. Perché pensarsi un giudice eterno, al di fuori e al di là della Storia, è la stessa cosa ovunque e comporta critiche simili.

Io non so quanto tempo durerà ancora il pontificato di Francesco, non credo che la secolarizzazione debba necessariamente essere questa, ma finché sarà questa vedo nella Chiesa in uscita un’ancora di speranza non solo per i credenti. Tutti oggi abbiamo bisogno non di giudici eterni, al di fuori e al di là della Storia, ma di pensiero incompleto, di inquietudine e di immaginazione. Immaginare come sia il mondo visto da Kabul, da un barcone nel Mediterraneo, o da tante periferie estreme e degradate aiuta a cambiare a partire da noi.

La Chiesa in uscita non ha un programma, un progetto culturale, forse è questo che sorprende. Avrà problemi e carenze, ma a differenza dei progetti cammina con noi nella Storia.

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