L’Europa non ha ancora deciso come classificare gas e nucleare. La Germania spegne i reattori e assieme ad altri Stati membri esorta gli altri a seguirla. Ma sono in minoranza. Il responso del centro di ricerca europeo e l’esempio della Polonia evidenzia la necessità di affidarsi a queste tecnologie ponte, al di là delle ideologie, per una transizione ecologica che non schiacci il consumatore finale

A luglio il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani non ha voluto indorare la pillola quando ha detto che la riconversione delle nostre economie in chiave verde potrebbe essere un “bagno di sangue”. “Per cambiare il nostro sistema e ridurre il suo impatto ambientale bisogna fare cambiamenti radicali che hanno un prezzo”, ha detto alla Stampa, avvertendo che “dovremo far pagare molto la CO2 con conseguenze, per esempio sulla bolletta elettrica”. Nello stesso mese, in Spagna, il costo dell’elettricità (in salita da mesi) ha infranto ogni record.

Il piano Fit for 55 della Commissione europea (ancora al vaglio del Parlamento europeo) indica la strada per arrivare alla neutralità carbonica entro il 2050 mediante una tappa intermedia al 2030, quando si dovrebbero tagliare le emissioni del 55%. Si tratta di un meccanismo ambizioso e complesso che prevede anche ammortizzatori sociali e tecniche di manipolazione del mercato dell’energia, pensati appunto per limitare l’impatto della transizione sulle fasce più deboli della popolazione. Fit for 55 si basa anche sulla nuova tassonomia europea che designa cosa sia un investimento energetico sostenibile. Ma Bruxelles continua a rimandare la decisione sulla classificazione di gas naturale ed energia nucleare.

Il nodo è cruciale. Nel 2019, quando la pandemia non aveva ancora impattato i consumi, i combustibili fossili e i derivati del petrolio rispondevano al 49% del fabbisogno energetico europeo. A seguire gas naturale (22%), fonti rinnovabili (15%) e nucleare (13%), secondo i dati Eurostat. Le percentuali variano drasticamente da Paese a Paese – l’Estonia, per esempio, si appoggiava ai combustibili fossili per il 60% del proprio fabbisogno, le isole di Malta e Cipro utilizzavano i derivati del petrolio per oltre l’85% del loro – ma sostanzialmente l’Europa è ancora dipendente da fonti energetiche “sporche”, le stesse che Fit for 55 vuole ridimensionare drasticamente.

Le fonti rinnovabili come solare ed eolico non sono ancora una risposta definitiva per una serie di motivi tra cui la mancanza di impianti, il costo relativo, la scarsa capacità di accumulare energia e le diverse condizioni meteorologiche e orografiche dei singoli Paesi che rendono instabile la produzione energetica. La volontà politica e gli investimenti che Fit for 55 incanala verso le rinnovabili sono virtuosi, ma diversi esperti ritengono gli obiettivi assolutamente irrealizzabili senza ricorso a tecnologie “ponte” come gas e nucleare. Specie contando che l’Europa intende alzare gradualmente il prezzo dell’energia “sporca” per disincentivarne l’uso, cosa che già grava sulle bollette elettriche (e non solo quelle spagnole).

Tuttavia, il motivo per cui in Europa si continua a rimandare la decisione sul definire verdi o meno le centrali nucleari moderne (fonte affidabile di energia a emissioni zero, già definita “verde” dal centro di ricerca europeo JCR) e gas naturale (alternativa versatile e meno inquinante dei combustibili fossili) è politico. Il gas è effettivamente una soluzione ponte largamente riconosciuta, che al netto di implicazioni geopolitiche – leggi: dipendenza energetica dai Paesi fornitori, tra cui la Russia – può rivelarsi utilissima tra qui e il 2050 perchè è già ibridabile con l’idrogeno e i gasdotti potranno essere riconvertiti per far passare l’idrogeno verde a costi irrisori. Per il nucleare la questione è più difficile.

La costruzione, la manutenzione o lo smantellamento di centrali nucleari sono decisioni che impattano decenni di politica energetica dei Paesi. Oggi in Europa ci sono Stati in cui il nucleare è fuorilegge – come l’Italia – e altri, come la Germania, che lo vogliono eliminare. Una decisione che Berlino prese all’indomani del disastro di Fukushima nel 2011 e che tuttora trova il consenso della maggior parte dei tedeschi.

Su queste colonne Gianni Bessi scriveva che la decisione sulla tassonomia è stata spinta a fine 2021 per accomodare le elezioni tedesche di settembre, dove i Verdi di Annalena Baerbock, assolutamente critici nei confronti del nucleare, possono rivelarsi decisivi. Austria, Danimarca, Lussemburgo e Spagna si sono unite alla Germania nell’opporsi alla classificazione “verde” del nucleare in Europa e nel provare a convincere il resto degli Stati europei ad abbandonarlo. A ogni modo – e specialmente a fronte della denuclearizzazione – i piani energetici della Germania non possono fare a meno di tenere il gas sempre più da conto, come dimostra la vicenda del gasdotto Nord Stream 2.

Ma c’è anche chi va in direzione opposta. Come la Francia, in cui l’energia nucleare fornisce il 42% dell’elettricità. O gli altri 14 Stati membri che ancora si avvalgono del nucleare (più Regno Unito e Svizzera, che pur volendo ridurre le quote continueranno ad usufruirne). A marzo Francia, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria hanno scritto alla Commissione per lamentarsi dell’opposizione di “diversi Stati membri” alle loro politiche energetiche, le quali (al netto dell’opposizione ideologica al nucleare) non remano affatto in direzione contraria all’ambientalismo. Anzi.

La Polonia, che si avvale del carbone per il 70% del proprio fabbisogno energetico, sta scommettendo sul nucleare; nel 2020 ha firmato un piano da €33 milioni che porterà alla costruzione della prima centrale nucleare del Paese nel 2033, più altre cinque entro il 2043. Si tratta dell’investimento energetico più importante, da fiancheggiare alle rinnovabili (€28 milioni) per decarbonizzare l’economia senza correre il rischio di rimanere senza elettricità. Se tutto va secondo i piani, nel 2040 solo l’11% dell’energia verrà dal carbone, mentre il 16% proverrà dal nucleare. Anche il gas giocherà un ruolo importantissimo; Varsavia sta costruendo nuovi gasdotti nel Baltico per accedere alle risorse di Norvegia e Stati Uniti, consapevole del fatto che il gas fornirà il 33% dell’energia nel 2040 (a partire dal 10% del 2020).

Il piano polacco prende atto degli obiettivi europei e della necessità sempre più grave di abbandonare il carbone, anche a fronte del suo progressivo apprezzamento. “Questa strategia sta cambiando completamente il panorama energetico di uno Stato europeo in soli 20 anni”, ha detto a FT Michal Kurtyka, ministro polacco per il clima e l’ambiente. Il pragmatismo della Polonia è stato accolto con favore persino da Greenpeace. “Prima dell’annuncio di Fit for 55 i polacchi si chiedevano ancora se, come e quando eliminare il carbone. Oggi non più”, ha detto Joanna Flisowska, capo dell’unità clima ed energia della sezione locale di Greenpeace; “per la Polonia, non c’è altra via d’uscita che la transizione”.

All’Economist sono scettici sul fatto che l’Europa possa raggiungere i propri obiettivi climatici dopo il rigetto del nucleare del campione economico locale. “I Paesi europei che producono energia nucleare emettono livelli costantemente inferiori di CO2 rispetto a quelli che non lo fanno. Tra il 2000 e il 2019, le emissioni pro capite della Germania sono state, in media, del 43% superiori a quelle dei Paesi con energia nucleare”. Il fatto che il partito di destra estrema AfD sia l’unico partito in favore del nucleare denota il fossato ideologico tossico in cui è caduta la questione. Lo stesso ministro Cingolani si è dichiarato pro nucleare e gas e si è scagliato contro “le ideologie, [che] non servono per la transizione ecologica. Non ci sono soluzioni bianche o nere”.

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