Per acquisire competenze serve sempre più una scuola superiore che crei le basi con una seria cultura generale e l’università che trasmetta metodo, contenuti e strumenti di crescita. Le eccellenze nel nostro Paese non sono mai mancate ma sono spesso storie di sacrifici immani, personali e familiari, e con scarsi aiuti da parte delle istituzioni. Le riflessioni di Rocco D’Ambrosio, ordinario di Filosofia Politica all’Università Gregoriana

Sappiamo bene che molto del Pnrr peserà sul futuro dei nostri giovani, dei loro progetti e anche delle loro tasche. Mi ha sorpreso molto ricevere un invito a confrontarmi, con un numero gruppo di giovani, in convegno nazionale (Educatori di ACR, Roma 6-8.8.21), su “Competenza & Saggezza”. Della prima si può dire, della seconda si può balbettare, o, meglio tacere, perché caso mai la si dovesse possedere, non se ne fa certamente sfoggio. Comunque l’interesse di diversi giovani sul tema incuriosisce.

Mi sono chiesto prima di tutto quale percezione potesse avere un giovane della competenza. Conosciamo le radici antichissime del problema: da Socrate in Grecia e Marco Aurelio nell’antica Roma fino ai giorni nostri, tantissimi hanno insistito sull’esercizio di responsabilità, che deve sempre coniugare una pratica coerente delle virtù con una sufficiente professionalità. Nel Medioevo il tutto si tradusse con l’attenzione ad eleggere un sovrano culturalmente e moralmente preparato, tanto da far dire a Giovanni di Salisbury che un re non colto è come un asino con la corona (asinus coronatus).

In sintesi diremmo che non si può esercitare una responsabilità (professionale, sociale, politica, culturale ecc) solo sulla base di qualità personali, relazionali ed etiche, lo si fa anche avvalendosi della relativa competenza, di un necessario saper fare, il know-how lo chiamerebbero gli anglosassoni. Charles Peguy la definirebbe “autorità di competenza”, la quale è fondata sulla ragione e non si appoggia sulle armi e sulle sanzioni. In quest’ottica, ben si comprende come il problema della competenza non abbia solo una rilevanza tecnica, ma anche etica: chi vuole realizzare un progetto deve essere attento a capire se ne possiede le capacità per farlo o è disposto a farsi aiutare da chi le possiede. È quanto ci ricorda il Vangelo: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che…” (Lc 14, 28-33).

Il voler fare è strettamente legato al saper fare. Solo così i sogni e i desideri possono diventare realtà. Solo così i progetti diventano azione concreta a favore di qualcuno. E questo vale anche per il Pnrr, ma vale soprattutto per scuola e università, pubblica o privata che sia. Lorenzo Milani diceva che “E allora il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i ‘segni dei tempi’, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso”. Non è questa una forma di veggenza da quattro soldi ma è la capacità di docenti ed educatori – basata su maturità umana, etica e professionale – di guidare verso una crescita integrale tutti i nostri studenti, nessun escluso e ognuno secondo i suoi doni.

Non mancano le testimonianze concrete di persone competenti, in ogni campo, e, magari, sagge. Nessuno può negare le eccellenze italiane, sia quelle in loco che all’estero, in diversi campi culturali e scientifici e sportive (in giorni di medaglie!). Eppure esse non bastano, nemmeno ad assicurare i giovani. Diversi di loro mi hanno chiesto: “Come posso acquisire competenze?”. La risposta potrebbe essere ovvia. Ma se c’è questa domanda vuol dire che il sistema ha problemi.

Per acquisire competenze abbiamo bisogno sempre più di una scuola superiore che crei le basi con una seria cultura generale e l’università che trasmetta sempre meglio metodo, contenuti e strumenti di crescita culturale e scientifica. Si pensi per esempio a come e quanto i nostri giovani sono educati e formati a navigare in rete con attenzione e profitto; si pensi al fatto che mancano momenti e luoghi per orientare professionalmente, specie nel passaggio alla scuola superiore e, poi, all’università. Gli stessi incontri per i maturandi, presso le università (Open day) sono, in alcuni casi, solo operazioni di marketing.

Le eccellenze, nel nostro Paese, non sono mai mancate e non mancheranno. Ma è proprio la storia di molti di loro a insegnarci che spesso le/i giovani migliori sono emersi con sacrifici immani, personali e familiari, e con scarsi aiuti da parte delle istituzioni. Il Pnrr determinerà una svolta in ciò?

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