Nella circolare, che trovate allegata, il prefetto Frattasi sottolinea che il possesso del certificato verde dev’essere verificato dai vari soggetti indicati nel Dpcm, quindi anche dagli esercenti. La verifica attraverso il documento di identità, invece, “ha natura discrezionale ed è rivolta a garantire il legittimo possesso della certificazione”. Il ruolo delle forze dell’ordine

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Dopo 24 ore di corto circuito comunicativo, la circolare del prefetto Bruno Frattasi, capo di gabinetto del ministro dell’Interno, inviata ai prefetti ha portato un po’ di chiarezza sui controlli da effettuare nei locali pubblici sui possessori di green pass e l’ha fatto evidenziando un passaggio del Decreto del presidente del Consiglio del 17 giugno.

Non c’è obbligo di documento

In sostanza, il titolare di un ristorante non è obbligato a chiedere il documento di identità al cliente che mostra il certificato verde: il Dpcm, infatti, all’articolo 13 stabilisce che la verifica delle certificazioni verdi spetta, tra gli altri, ai “soggetti titolari delle strutture ricettive e dei pubblici esercizi per l’accesso ai quali è prescritto il possesso di certificazione verde Covid-19, nonché i loro delegati”. La verifica avviene con la lettura del codice a barre bidimensionale (il Qr) attraverso l’apposita app, ma nel Dpcm si aggiunge che “a richiesta dei verificatori” il possessore del green pass deve dimostrare la propria identità con un documento. Il Garante della privacy ha confermato questa interpretazione rispondendo a un quesito della Regione Piemonte: “è consentito il trattamento dei dati personali” con la richiesta da parte dei ristoratori di esibire un documento per verificare l’identità del possessore della certificazione, anche se nel Dpcm non è stabilito l’obbligo di chiedere il documento.

La circolare

Nella circolare, il prefetto Frattasi sottolinea che il possesso del certificato verde dev’essere verificato dai vari soggetti indicati nel Dpcm, quindi anche dagli esercenti. La verifica attraverso il documento di identità, invece, “non ricorre indefettibilmente” come dimostra la frase “a richiesta dei verificatori”. Dunque la richiesta di un documento di identità “ha natura discrezionale ed è rivolta a garantire il legittimo possesso della certificazione”.

Sarà comunque necessaria “nei casi di abuso o elusione delle norme come, ad esempio, quando appaia manifesta l’incongruenza con i dati anagrafici contenuti nella certificazione”. In questo caso, il cliente è obbligato a mostrare il documento anche se chi glielo chiede non è un pubblico ufficiale. L’eventuale sanzione sarà a carico del solo cliente anche se resta valida la norma per la quale i gestori dei locali saranno multati o rischiano la chiusura per diversi giorni nel caso omettano i controlli. Inoltre, in vista della ripresa dei campionati di calcio, anche gli steward sono abilitati alle verifiche.

Prima della diffusione della circolare il direttore generale della Fipe di Confcommercio, Roberto Calugi, si era detto disponibile a chiedere il documento nel caso di palese contraffazione del certificato e avvertendo le forze dell’ordine in caso di rifiuto “perché non possiamo sostituirci a un pubblico ufficiale”. La “palese falsità” appare una questione di lana caprina: palese o meno, se dalla verifica con la app emerge che il certificato è falso c’è poco da discutere.

I dubbi dopo le parole della Lamorgese

La confusione e la necessità di una circolare esplicativa erano nate dopo le parole del ministro Luciana Lamorgese che avevano creato scompiglio perché confermavano che il controllo è a carico dei titolari dell’esercizio aggiungendo che gli stessi non possono chiedere un documento di identità e che comunque la polizia non avrebbe potuto svolgere quel tipo di controllo perché il “compito prioritario è garantire la sicurezza”. Fonti del Viminale avevano successivamente spiegato che “le forze di polizia sono pienamente impegnate per garantire il rispetto delle regole sull’utilizzo del green pass. L’attuazione dei controlli rappresenta un passaggio delicato in quanto ha l’obiettivo primario di tutelare la salute pubblica”.

I questori pianificheranno i controlli

Le parole della Lamorgese erano in contrasto con quanto previsto dal decreto del presidente del Consiglio del 17 giugno: un conto è non essere obbligati, un altro è non potere chiedere i documenti. Inoltre, la circolare del capo di gabinetto ribadisce che il controllo sulla corretta esecuzione delle verifiche è delle forze dell’ordine e dei corpi di polizia municipale, come ovviamente aveva fatto sapere il Viminale. Ma proprio perché il certificato verde e i controlli che ne derivano sono uno “strumento di salvaguardia e di tutela della salute pubblica” per scongiurare misure drastiche, Frattasi chiede ai prefetti di programmare riunioni dei Comitati provinciali per l’ordine pubblico perché i questori pianifichino adeguati controlli, in particolare nelle zone dove ci sono più attività sottoposte a verifica: in pratica, quartieri della movida e località turistiche.

La circolare sgombra il campo da ogni dubbio e nella settimana di Ferragosto è necessario anche il senso di responsabilità degli esercenti che non possono chiudere un occhio evitando di chiedere la certificazione verde, come sta avvenendo in molte parti d’Italia. Se ci saranno controlli e sanzioni, non ci si lamenti invocando la crisi economica.

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