In audizione al Copasir il ministro della Difesa assicura: stiamo lavorando con la Farnesina per riportare in Italia studenti e studentesse della Sapienza rimasti a Kabul, meglio non farne un simbolo e operare dietro le quinte. Dal Golfo alla missione in Iraq (ora a guida italiana), la necessità di una nuova governance per la Nato

L’Italia non lascerà indietro i 37 studenti e le 82 studentesse della Sapienza rimaste a Kabul e le rispettive famiglie. A confermarlo durante un’audizione al Copasir, il comitato parlamentare di controllo dell’intelligence, è stato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini.

All’indomani dell’ultimo volo americano dall’aeroporto Hamid Karzai, ormai sotto il pieno controllo dei talebani, il titolare della Difesa ha fatto il punto su chi è rimasto indietro e sulle prossime mosse del governo italiano. Fra gli afgani rimasti intrappolati il gruppo di universitarie iscritte al corso di Global Humanities dell’ateneo romano e rimaste nella capitale, nascoste in appartamenti non lontano dallo scalo aeroportuale.

Da loro è arrivato nelle scorse ore un appello al governo italiano e alla rettrice della Sapienza Antonella Polimeni per permettere di partire alla volta di Roma. La Difesa è al lavoro sul dossier insieme alla Farnesina, ha confermato Guerini al Copasir, ma ci vorrà ancora tempo prima di sbloccare l’impasse. La ragione è semplice: il governo vuole evitare di fare del caso delle studentesse afgane “un simbolo”, e dunque preferisce lavorare lontano dai riflettori e aspettare che si abbassi la curva di attenzione sul nuovo corso a Kabul.

In una nota il presidente del Copasir e senatore di Fratelli d’Italia Adolfo Urso fa sapere che il comitato ha espresso “un plauso unanime ai nostri militari che anche in questa occasione hanno manifestato grande professionalità e abnegazione da tutti riconosciuti, dalle forze alleate e dalla popolazione afghana, sia nei vent’anni della missione, sia nelle modalità con cui hanno condotto le operazioni di rientro e di esfiltrazione di coloro che avevano collaborato con le istituzioni italiane”.

A Palazzo San Macuto Guerini ha confermato un altro dato già fornito in audizione di fronte alle Commissioni Esteri di Camera e Senato: nessun equipaggiamento militare italiano è rimasto sul campo. Sottolineando tra l’altro che “la nostra missione è stata quella europea che è riuscita a portare fuori dal Paese il maggior numero di afgani”.

Sulla possibilità che l’Afghanistan torni ad essere un santuario per il jihadismo internazionale, Guerini ha risposto che non può essere esclusa. Al momento però “non ci sono evidenze” di un un rischio imminente, vista la fluidità della situazione sul campo e le tensioni fra talebani, Al Qaeda e i terroristi di Isis-K.

L’audizione è stata l’occasione per un più ampio quadro sulle missioni italiane “dal Sahel al Golfo Persico al Mediterraneo allargato”, spiega Urso. Si è parlato fra l’altro del ruolo della missione Nato in Iraq, di cui l’Italia si prepara ad assumere la guida. Sarà questa l’occasione, ha detto Guerini, per fare tesoro della lezione afgana e trovare una modalità di governance all’interno dell’Alleanza atlantica più condivisa.

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