Il politologo sull’operazione portata avanti dai due leader delle forze di centrodestra, per arginare l’ascesa di Fratelli d’Italia. “Gli azzurri rischiano di essere schiacciati dai sovranisti”

L’esito del summit fra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini a Villa Certosa porterà benefici al centrodestra? Il progetto federativo tra Lega e Forza Italia è destinato a durare? Ma soprattutto – vero punto cruciale – riusciranno i due leader a erodere il consenso a Giorgia Meloni sancendo il primato dei loro partiti? Interrogativi che tengono banco, in questi giorni, negli ambienti di centrodestra e non solo. Con Damiano Palano, politologo e direttore del dipartimento di Scienze politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, abbiamo cercato di dare una risposta a queste domande.

Palano, ci troviamo in pieno semestre bianco. A destra c’è movimento. Berlusconi e Salvini si dicono pronti all’operazione federativa. Un progetto destinato a partire o una boutade agostana?

Per il centrodestra questo è un momento di passaggio che prelude a un nuovo equilibrio. Sicuramente stiamo assistendo al tentativo, da parte della componente della coalizione di centrodestra che sostiene il governo, di arginare l’ascesa di Giorgia Meloni. Credo tuttavia che l’operazione presenti una serie di limiti legati alla capacità di Berlusconi e Forza Italia di mantenere una posizione autonoma rispetto all’abbraccio leghista. Il rischio principale per Forza Italia è quello di vedersi schiacciata sulle posizioni sovraniste di Salvini e della Lega.

Anche l’elettorato leghista (e non solo) hanno manifestato qualche perplessità rispetto la federazione.

C’è infatti un grosso problema anche nella Lega. Per la verità Salvini è da un po’ che deve gestire i malumori che serpeggiano nel Carroccio, in particolare da quando ha deciso di sostenere il governo guidato da Mario Draghi. La sensazione dell’elettorato è quella di avere un Salvini incerto e ammorbidito e che fatica a mantenere le posizioni.

Nel frattempo la crescita di Fratelli d’Italia è inesorabile.

Innegabile ma, a mio giudizio, su questa espansione pende un grande punto di domanda.

Ovvero?

Quanto è destinato a crescere, ancora, il partito di Giorgia Meloni? Rimango dell’idea che oltre una certa soglia non ci si arriverà, fermo rimanendo che già il consenso attuale abbia raggiunto livelli davvero insperati. Al di là delle più rosee aspettative, anche della stessa Meloni. Credo che però, fra le priorità della leader di Fratelli d’Italia, più che di crescere, ci sia l’obiettivo di consolidare i risultati raggiunti, creando una classe dirigente a partire dai territori.

Lega e Fratelli d’Italia, presentano molte più analogie rispetto a Forza Italia. Prendiamo ad esempio le posizioni sui vaccini espresse dai tre leader. Meloni e Salvini sono abbastanza ondivaghi, mentre Berlusconi si è schierato fin da subito a favore dell’inoculazione del siero.

Vero. Forza Italia, ormai da tempo, ha assunto posizioni molto più simili a quelle assunte dall’alveo centrista, a partire da Italia Viva. È evidente però che, al centro, non ci sia spazio per uno schieramento che abbia un peso significativo. Non c’è uno spazio autonomo rispetto alle posizioni della Lega. Su Fratelli d’Italia e Lega non c’è dubbio che siano più allineati. Ma anche questa è una delle tante contraddizioni che attraversano il centrodestra. Sono convinto comunque che, più dell’obbligo vaccinale, pesi la questione green pass sui rapporti fra le forze che sostengono il governo e sugli schieramenti che compongono il centrodestra.

Sulla durata del governo pende la variabile Quirinale. Lei pensa che Draghi possa abbandonare palazzo Chigi per correre al Colle?

All’inizio l’opinione comune era che Draghi lasciasse la presidenza del Consiglio per andare al Colle. Francamente non l’ho mai pensato, dal momento che creerebbe un precedente istituzionale pesantissimo. Interrompere l’attività dell’Esecutivo in una fase così delicata sarebbe davvero singolare. E, sinceramente, è auspicabile che Draghi rimanga al governo fino alla fine della legislatura.

Come successore di Sergio Mattarella si fa il nome di Pier Ferdinando Casini.

Ho sentito la proposta avanzata, fra gli altri, da Matteo Renzi. Le regole della prima Repubblica che imponevano un’alternanza fra un presidente di estrazione cattolica e uno si estrazione laica sono saltate. Detto questo, non credo che Casini possa essere il candidato con maggiori chance di successo.

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