Il patriarca maronita, cardinale Bechara Rai, ha pronunciato un sermone domenicale nel quale ha ricordato che ogni Paese sovrano deve poter decidere sulla propria politica di difesa, offensiva e difensiva. Parole difficilmente contestabili, ma che in Libano hanno scatenato un autentico fuoco mediatico ispirato chiaramente da Hezbollah che ha avocato a sé la politica di difesa del Libano. L’analisi di Riccardo Cristiano

La vita dei libanesi è impossibile. Oltre al Covid e le sue conseguenze c’è il default economico in cui è piombato il Libano, la cui valuta è precipitata in 18 mesi da un cambio di 1500 lire libanesi per un dollaro a quello attuale di 22000.

Il recente anniversario dell’esplosione del porto di Beirut, sulle cui responsabilità il Libano non ha ancora accertato alcunché, ha dimostrato anche la mancanza di volontà politica a scoprire finalmente come sia stato possibile. E infatti da allora il Paese è senza governo. I partiti non trovano l’accordo sui ministri e secondo tutte le voci che rimbalzano da Beirut anche il nuovo premier incaricato, Miqati, comincerebbe a pensare a rinunciare all’incarico.

In questo contesto, con la piazza libanese che il 4 agosto ha inondato il centro di Beirut lasciando chiaramente intendere che molti vedono con sospetto la condotta di Hezbollah, alcuni missili lanciati in direzione di Israele hanno fatto temere il peggio. Evitato certo, ma come mai in una situazione del genere Hezbollah pensa a infiammare il confine? Le tesi al riguardo sono diverse e facilmente immaginabili. Si va dalla distrazione di massa dall’inchiesta sull’esplosione del porto che non decolla ad altro.

In questo quadro il patriarca maronita, cardinale Bechara Rai, ha pronunciato un sermone domenicale molto importante, nel quale ha ricordato che ogni Paese sovrano deve poter decidere sovranamente sulla propria politica di difesa, offensiva e difensiva. Parole difficilmente contestabili, ma che in Libano hanno scatenato un autentico fuoco mediatico con il patriarca, ispirato chiaramente da Hezbollah che ha avocato a sé la politica di difesa, offensiva e difensiva, del Libano.

Il patriarca ha ricordato la vigenza del cessate il fuoco del ‘49 e quindi chiesto all’esercito di garantirne il rispetto. Per Hezbollah è stato un insulto all’asse della resistenza, che incarna. Il Presidente della Repubblica, il cristiano Michel Aoun, alleato di Hezbollah, ha criticato gli eccessi mediatici, dicendo che ognuno deve essere libero di dire la sua, non ha convenuto con il patriarca. Lo hanno fatto invece i partiti cristiani guidati da Geagea e Gemayel, i sunniti di Hariri, i drusi di Jumblatt. Era la maggioranza che scese in piazza il 14 marzo dopo l’assassinio di Rafiq Hariri, per la cui morte un tribunale internazionale ha condannato un effettivo di Hezbollah. Così quel vecchio cartello è parso tornare in vita nella solidarietà con il patriarca ma soprattutto nell’indicazione più importante che ha dato: può un Paese sovrano non avere il controllo della sua politica di difesa? È la domanda a cui dovrebbe rispondere il partito che fa riferimento al Presidente della Repubblica e oggi guidato da suo genero, Gebran Bassil. È una risposta che non arriverà perché farebbe saltare l’asse con Hezbollah, costruito da anni nel nome dell’alleanza delle minoranze, cioè l’accordo tra la minoranza cristiana e la minoranza islamica.

Ma il nodo attorno a cui ruota è la questione dell’esplosione del porto. Se si considera che Hariri è stato ucciso nel 2005 e una prima verità su quel crimine è stata appurata nel 2020 si può capire che la soluzione non sia dietro l’angolo. Ma il Libano potrà rimanere senza governo così a lungo? La bancarotta comporta un disastro umanitario già in atto e per evitarne peggiori derive il calcolo di legare la concessione di qualche ministro competente all’esito del negoziato sul nucleare iraniano potrebbe apparire quello giusto.

Intanto però la Chiesa maronita sembra aver svegliato una politica piombata nel letargo, che però deve sapere e capire che una figura religiosa non può svolgere una vera supplenza della politica. Screditati e contestati dai loro stessi sostenitori, i leader di quella che fu la grande mobilitazione del 14 marzo hanno ora un’ultima chance. Che richiederebbe il coinvolgimento nella leadership della società civile, affermatasi come autentico soggetto politico in questi anni. A loro decidere se perdere anche questo treno inatteso.

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