Dopo l’urgenza dell’evacuazione dei profughi afgani, c’è l’emergenza di non trasformare il Paese in un campo da gioco di Cina e Russia, avvisa il presidente dell’Ispi Giampiero Massolo. Coi Talebani bisogna parlare, a condizioni precise. Usa? Tempo di ripensare l’alleanza atlantica, ma da sola l’Europa non ce la fa

Oggi e domani. Sono due le direttive che scandiscono la frenetica attività della comunità internazionale di fronte al dramma afgano. C’è l’emergenza dell’evacuazione, e un ultimatum che pende sulle vite e le speranze di migliaia di profughi. Poi l’incognita del dopo, un regime spietato con cui fare i conti, una crisi che spaventa, e non poco, perfino i militanti calati su Kabul. Per l’Europa è tempo di un “ripensamento” dell’Alleanza atlantica che deve partire già dal G7 di questo pomeriggio, dice a Formiche.net l’ambasciatore Giampiero Massolo, presidente dell’Ispi e già direttore generale del Dis.

Un G7 che cambia le carte in tavola?

Non può essere risolutivo come il prossimo G20 a guida italiana, perché qui mancano alcuni dei protagonisti. Cina, Russia, Pakistan: senza di loro non si passa ai fatti. Ma l’incontro di oggi è importante per due ragioni.

Ovvero?

La prima è di carattere generale. L’Occidente non va da nessuna parte se non si mette d’accordo. Non dimentichiamo che sulla scelta di ritirarsi dall’Afghanistan c’era un consenso unanime fra alleati. Mancava invece sulle modalità e i tempi. Ora c’è un’urgenza operativa.

L’ultimatum dei Talebani per il 31 agosto. Tirare la corda è troppo rischioso?

Vedremo in queste ore se c’è margine. Sarà il primo banco di prova per testare la credibilità dell’atteggiamento dogmatico dei talebani. L’evacuazione da Kabul procede a ritmi spediti, ma ci sono alleati, Italia inclusa, che hanno bisogno di creare un corridoio per persone che si trovano in altre aree, specialmente nel Nord e nell’Ovest del Paese.

Con i Talebani bisognerà fare i conti. Le sanzioni bastano?

Non da sole. Abbiamo già avuto prova di quanto poco importi ai talebani del riconoscimento internazionale. Una leva importante sarà la politica degli aiuti. L’Afghanistan non si governa dal centro: Kabul è stata conquistata, ora c’è un Paese da governare e una miriade di interessi locali da soddisfare.

E non è lo stesso Paese di vent’anni fa.

No, è molto cambiato e i talebani lo sanno. Oggi gli afgani hanno i social media, sono collegati al mondo esterno, sono perfino disposti a scendere in piazza a rischio della vita. Alla piazza bisognerà dare qualcosa.

Poi che succede?

Nel brevissimo periodo siamo nelle mani degli Stati Uniti. Dopo arriverà il momento di un’intesa operativa, l’Occidente dovrà imporre condizioni ferree ai talebani. L’Afghanistan diventerà campo da gioco di interessi in competizione, dobbiamo evitare che si stabilizzi a nostro danno.

Per farlo bisogna parlare proprio con tutti?

È inevitabile, se non vogliamo restare fuori dai giochi. L’Occidente ha a mio avviso quattro priorità. L’emergenza umanitaria, l’esigenza di non lasciare alla Cina il monopolio della ricostruzione e di evitare che l’Afghanistan diventi un santuario per jihadisti, la lotta al narcotraffico.

Il direttore della Cia William Burns ha incontrato la leadership talebana a Kabul. Da ex direttore del Dis, ritiene sia normale?

Non solo normale, ma doveroso. I Servizi hanno il compito di parlare con tutti. Sarebbe gravissimo se non ci fosse un canale aperto, e spero non sia un caso limitato agli Stati Uniti.

Siamo già al do ut des.

Purtroppo imprescindibile. Quanto più forte sarà la mano della comunità internazionale, tanto più saranno salvaguardate alcune tutele nei confronti dei più deboli in Afghanistan. Su questo bisogna essere intransigenti verso chi continua ad essere ambiguo.

Ad esempio chi?

Anzitutto la Turchia, membro Nato e interlocutore dell’Ue. Non possiamo più accettare vaghe rassicurazioni sui rapporti con i talebani e la gestione dei flussi migratori: Erdogan deve uscire allo scoperto. Lo stesso vale per il Qatar che ha ospitato i negoziati di Doha e non chiarisce da che parte vuole stare.

In questi giorni c’è chi parla di autonomia strategica europea dagli Stati Uniti alla luce della débacle afgana. C’è il rischio di un rigurgito di antiamericanismo?

Fermo restando che l’Occidente ha tutto l’interesse a restare unito, e che andare in ordine sparso di fronte alle autocrazie è una pessima idea, un chiarimento di fondo con gli Stati Uniti è necessario. Il retrenchment americano lascia l’Europa più sola, più divisa sul piano della difesa comune, e apre spazi alla Cina.

Quindi?

Quindi il caos afgano diventi occasione per rifondare un rapporto atlantico consapevole. No alla velleità di voler fare da soli, sì al rispetto delle esigenze di ciascuno. Non è più possibile che ogni qual volta l’Ue dialoga con la Cina sia trattata da paria dagli Stati Uniti. Ma all’orizzonte vedo un altro scenario, più insidioso.

Cioè?

Nel mondo vanno moltiplicandosi le aree a rischio per gli interessi europei, dalla Libia al Libano, dallo Yemen alla Somalia fino all’Indo-Pacifico al Sud Est asiatico. Non vorrei che, con un atto di realpolitik, Cina e Stati Uniti arrivino a concludere un patto di potenza e influenza reciproca. L’Europa si troverebbe in mezzo, attrice non protagonista. Ancora una volta.

 

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