L’ex gruppo Ilva è la madre di tutte le questioni industriali irrisolte nel nostro Paese alla cui soluzione è necessario imprimere una vero cambio di passo. Ma altri temi di politica industriale urgono e non danno respiro all’Esecutivo

Nei prossimi giorni alla piena ripresa dell’attività governativa e parlamentare sarà necessario prioritariamente, a nostro avviso, che Palazzo Chigi sensibilizzi i ministeri dello Sviluppo economico e della Transizione ecologica perché – per quanto di rispettiva competenza – imprimano forti impulsi ad un sostanziale avanzamento verso la migliore soluzione possibile (alla luce delle tecnologie disponibili) delle complesse questioni societarie, finanziarie, impiantistiche ed occupazionali dell’ex Gruppo Ilva, ora Acciaierie d’Italia holding, società controllante Acciaierie d’Italia che gestisce lo stabilimento di Taranto.

È presumibile – stando alle ultime dichiarazioni del ministro Giorgetti – che si stia lavorando ad un aggiornamento del piano industriale a suo tempo messo a punto da Invitalia ed Arcelor tramite AmInvestco Italy, in vista dell’ingresso della società pubblica nel capitale della holding di controllo del Gruppo siderurgico. Ma, al di là di alcuni enunciati riferiti all’impiego dell’idrogeno e alla volontà governativa di presentare un progetto di decarbonizzazione degli impianti tarantini che potrebbe essere di esempio per tutta l’Europa, almeno pubblicamente non si è appreso altro.

Così come del tutto ignoti sono al momento i livelli occupazionali che si pensa di poter salvaguardare in un percorso di riconversione impiantistica che potrebbe portare all’installazione nel sito ionico di due forni elettrici. Ed è questo il motivo per cui i Sindacati sono molto guardinghi (sino alla diffidenza) verso ogni affermazione ministeriale – siano Giorgetti o Cingolani o proferirla – che annuncia innovazioni tecnologiche, decarbonizzazione e impiego di idrogeno che tuttavia al momento non potrà essere verde, ma solo grigio o blu.

Questa – è inutile girarci intorno – è la madre di tutte le questioni industriali irrisolte nel nostro Paese alla cui soluzione è necessario imprimere una vero cambio di passo.

Ma altri temi di politica industriale urgono e non danno respiro all’Esecutivo. Intanto alcune vertenze aperte che sono diventate emblematiche di questioni da definire anche a livello legislativo, come ad esempio quelle riguardanti la partenza dal nostro territorio di aziende che vi si erano insediate da anni e che, abbandonando l’Italia, lasciano centinaia di disoccupati: partenze che stanno portando il governo a mettere a punto una griglia di misure idonee a scoraggiare tali fughe dall’Italia, o almeno a renderle più costose per le aziende che, a loro volta, dovrebbero essere più disponibili a collaborare con l’Esecutivo per soluzioni produttive ed occupazionali alternative.

Altro tema di politica industriale che ha una prospettiva di medio-lungo termine, ma sul quale bisogna intervenire sin da ora con disegni chiari e programmi di lavoro da concordare con aziende, Istituzioni locali e sindacati è quello della riconversione dell’intero settore dell’automotive alla trazione elettrica che diventerà sempre più trainante con tutti i problemi occupazionali, tecnologici ed impiantistici che è facile immaginare in un Paese come il nostro che ha, invece, una grande tradizione nei propulsori a combustione interna e nelle supply chain ad essi collegate.

Bisognerà dunque accelerare sulla strada intrapresa nella direzione appena richiamata – ovvero quella di una riconversione socialmente sostenibile dell’autotrazione in tutte le sua aree tecnologiche – perché entro pochissimi anni ci troveremo dinanzi al problema di riqualificare migliaia di operai e tecnici che bisognerà reimpiegare o nello stesso comparto dell’automotive o in altri settori.

E a questo enorme problema si aggancia quello altrettanto grande riguardante la messa a punto (finalmente) di un sistema pubblico di assistenza, riqualificazione, sostegno e ricollocazione delle figure professionali investite da processi di riconversione che andranno recuperate pienamente, e comunque garantite anche economicamente nei percorsi da compiersi per riqualificarsi e ritornare in ambito lavorativo.

Il ministro Orlando ha fatto chiaramente comprendere che tale sistema moderno, avanzato ed universale non sarà pronto per l’anno in corso, a differenza di quanto dichiarato in precedenza, anche perché presenta un costo elevato che le aziende di ogni dimensione non vogliono accollarsi, oltre a quanto già sostenuto in termini di costi. Tale sistema dovrebbe allora essere posto a carico della fiscalità generale: una fiscalità che ci si augura riesca realmente a recuperare almeno i 26 miliardi di gettito aggiuntivo dichiarati nei giorni scorsi dalla Agenzia delle entrate, e almeno una parte degli oltre 250 miliardi di varie tipologie di tributi in cartelle esattoriali che tanti contribuenti da vent’anni non versano per le ragioni più svariate.

Allora non è più possibile leggere (e tollerare politicamente e socialmente) che vengano lesinate risorse destinate ad un moderno sistema di riqualificazione e reimpiego professionale, quando poi non si riesce a recuperare almeno la metà di una massa di risorse che alcuni milioni di cittadini devono da anni allo Stato centrale e periferico.

Bisognerà risponderne anche all’Unione Europea che ha sollecitato una riforma del fisco in Italia, per la cui ridefinizione (a gettito invariato, ovviamente) si afferma in ambito governativo che manchino sempre le risorse. Ma non è giunto il momento, amici lettori – lo diciamo con qualche ruvidezza espressiva – di darci un taglio a livello Governativo e in Parlamento a questa tiritera che francamente ha stancato i contribuenti onesti del nostro Paese?

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