Gli americani hanno inviato all’aeroporto di Kabul un corposo contingente del 160esimo Special Operations Aviation Regiment i cui elicotteri stanno già compiendo operazione di salvataggio in mezzo ai Talebani come quella al Baron Hotel

L’operazione per esfiltrare gli occidentali rimasti a Kabul e gli afghani che avevano collaborato con le missioni Nato e Usa si sta dimostrando una delle più complesse di sempre (come dimostra anche il colloquio focalizzato sulle operazioni in corso tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e il presidente statunitense Joe Biden).

I Talebani, tornati al potere da una settimana, hanno iniziato subito a cercare i collaborazionisti per giustiziarli. Le intelligence statunitensi temono che lo Stato islamico possa approfittare del caos per compiere attentati: è una complessità ulteriore che si basa sul tracciamento specifico di una minaccia esistente, secondo fonti dei media americani, e trova supporto sulla conoscenza del modus operandi dei baghdadisti, nemici giurati dei Talebani quanto degli occidentali, interessati a seminare il panico.

Sabato 21 agosto la Repatriation Assistance dell’ambasciata americana in Afghanistan — che è ancora operativa da un hangar protetto nell’aeroporto internazionale “Hamid Karzai” della capitale — ha diramato il seguente comunicato: “A causa di potenziali minacce alla sicurezza fuori dall’area dell’areoporto di Kabul, avvertiamo i cittadini americani di evitare di andare all’areoporto e di evitare di avvicinarsi alle entrate dell’areoporto in questo periodo”.

Ai cittadini americani che desiderano partire è richiesto di compilare un modulo (allegato al comunicato) e viene chiesto di aspettare. Il modulo è l’unico sistema per comunicare il proprio interesse alla partenza perché si evitano contatti telefonici; i cittadini Usa saranno cercati in qualche modo appena la situazione della sicurezza si sarà modificata. “Provvederemo a ulteriori informazioni”, dice l’ambasciata. Il contesto è critico: sabato sono circolate notizie su 150 persone, prevalentemente indiani, rapite da uomini che si dichiaravano affiliati ai Talebani. Ormai il brand funziona e anche bande criminali minori lo utilizzano. A questo c’è da aggiungere la possibilità che un attentatore dell’Isis-K (lo Stato islamico nel Khorasan, branca locale) si faccia saltare in aria in mezzo alle migliaia di persone attorno o dentro all’aeroporto di Kabul. Un incubo.

Non a caso all’interno del compound sono apparsi gli elicotteri dei Night Stalker. Il 160esimo Special Operations Aviation Regiment (Soar) è un corpo sceltissimo in grado di portare a termine operazione in contesti impensabili. È questa aliquota minima dei seimila uomini ri-schierati a Kabul adesso a condurre le attività più sensibili di rimpatrio.

Giovedì tre MH-47 Chinook del 160esimo Soar sono decollati dal prato dell’aeroporto per spostarsi — protetti da altrettanti AH-6 Little Bird e MH-6 Black Hawk — per atterrare sul tetto del Baron Hotel, distante non più di 200 metri dallo scalo. Da lì, gli operatori delle forze speciali (e/o delle squadre tattiche della Cia o della Dia) hanno estratto 169 americani per poi riportarli all’aeroporto per il rimpatrio: teoricamente dovevano arrivare a piedi ai cancelli dell’aeroporto, che sono controllati dall’interno dai militari statunitensi e dall’esterno dai Talebani, ma è stato valutato più sicuro mandarli a prendere dalle forze speciali.

Se l’ambasciata adesso diffonde quelle nuove direttive del comunicato è anche perché da qualche giorno gli Stati Uniti sanno di poter compiere missioni lampo come quella al Baron. Il 160esimo è preparato per dispiegamenti rapidi in un’area dove è complicata la logistica per gli aerei e può abbandonare il campo alla stessa velocità con cui è arrivato, a differenza delle loro controparti di forza convenzionale. A questo punto, saranno i Night Stalker gli ultimi a lasciare Kabul, rimasti a chiudere la porta senza che nessuno resti indietro. Equipaggiati con mitragliatrici da 7.62mm, gli AH-6 e gli MH-6 modificati DAP (Direct Action Penetrator) del 160esimo hanno in dotazione anche missili a guida laser estremamente precisi e i piloti sono super addestrati per muoversi a bassissima quota in aree urbane, dove i guerriglieri si confondono con i civili.

La riuscita o meno di queste missioni determina il successo politico dell’intera operazione. Immaginarsi se per compiere un’esfiltrazione i soldati americani colpissero bersagli senza discriminazione chirurgica quale sarebbe la reazione dell’opinione pubblica globale; oppure pensare a quale speculazione narrativa potrebbe portarsi dietro l’abbattimento di un elicottero durante un soccorso. L’impiego ha una ragione politica di gran lunga superiore al valore tattico. Il Pentagono per questo si esercita da tempo sulle grandi città americane  (è parte anche della considerazione che le prossime battaglie saranno combattute anche nelle cosiddette “mega-città”).

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