Il giornalista e già direttore del Fatto sull’ex premier e capo dei Cinque Stelle: “Il reddito di cittadinanza è una battaglia identitaria. Conte non può non difenderlo”. E Draghi? “Sta bene a Palazzo Chigi. Escludo andrà al Colle, a meno che…”

Nessuno tocchi il reddito di cittadinanza. Intervistato dal Corriere, il capo del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte mette in fila i paletti sui quali non è disposto a retrocedere neanche di un millimetro, nonostante le insidie di centrodestra e Italia Viva. Il nuovo corso della sua leadership si conferma in netta contrapposizione con le linea di Matteo Salvini. Le partite aperte, comunque, rimangono tante. E, il vero termometro sull’appeal dell’avvocato, “lo si misurerà al voto delle amministrative”. Sarà una prima prova, ma potrebbe essere indicativa. A parlare è Antonio Padellaro, saggista e firma di punta del Fatto Quotidiano.

L’ex premier difende strenuamente il reddito di cittadinanza. È una mossa che strategicamente pagherà?

Partiamo da una premessa doverosa. Conte è stato chiamato, sia pure tra mille difficoltà, a guidare il Movimento in una delle sue fasi di maggiore smarrimento. Lui ha portato in dote la sua popolarità, la sua esperienza da premier e il suo modo di fare politica che in un certo senso ha riequilibrato l’azione del partito. Dal punto di vista strategico, comunque, lui deve difendere una delle battaglie identitarie del Movimento. Anche perché, specie in una fase come questa, una misura come il reddito di cittadinanza è importantissima.

Importante, ma perfettibile.

Indubbiamente, ma sono sicuro che funzionerà ancor di più quando torneranno ad esserci occasioni di lavoro.

Renzi è uno dei più grandi detrattori del reddito di cittadinanza.

Si, ma la sua è una posizione tutto sommato facile. È a capo di un partito che non rappresenta alcun blocco sociale. Per questo si può permettere di attaccare questa misura. Non dimentichiamoci comunque che fu il suo governo a finanziare il reddito di inclusione.

Una dialettica misurata, certe posizioni rigidissime, poi ammorbidite nel tempo. Conte sta tendendo la mano al Pd?

Sicuramente l’intendimento dell’ex premier è quello di creare un movimento più moderato. Una formazione centrista, che guardi al campo progressista. In questa ottica è evidente l’apertura ai dem.

Veniamo alla questione migranti. A più riprese, in questi giorni, Salvini ha attaccato Lamorgese. Conte difende l’operato della ministra, non risparmiandosi attacchi al leader del Carroccio. Che peraltro è stato suo ministro nel Conte I.

Fa tutto parte del grande paradosso di questo governo. Nel senso che il leader del Movimento, pur attaccando Salvini, deve dialogarci e tenere il più possibile buoni rapporti per evitare di creare problemi all’attuale maggioranza che sostiene il governo Draghi. Detto questo, Lamorgese si trova a dover operare in un contesto molto complesso, reso ancora più difficile proprio per via delle  Salvini all’epoca del Viminale promosse. La verità è che il leader del Carroccio vuole ‘pareggiare’ le dimissioni del sottosegretario Durigon. Un’operazione di una miseria politica assoluta.

Ha fatto discutere l’esternazione di Conte sull’apertura ai talebani. È stata una forzatura?

Tutti coloro che si intendono di politica estera hanno ben presente che con i talebani bisogna averci a che fare, in un senso o in un altro. Lo stesso Biden lo ha detto pubblicamente in conferenza stampa. Per cui, per come la vedo io, si è trattato di un’operazione di sputtanamento dell’ex premier.

Il nuovo corso che Conte ha voluto imprimere al Movimento sarà funzionale agli equilibri dell’attuale maggioranza?

Dipenderà dall’effetto ‘cura Conte’. Se la strategia adottata funzionerà – e lo vedremo ben presto – sicuramente il Governo non avrà che benefici. Se, al contrario, il nuovo indirizzo non funzionerà e proseguiranno faide e fuoriuscite dal Movimento, il Governo rischierà di traballare.

Draghi andrà al Colle?

Ho l’impressione che il premier stia bene lì dov’è. Quella del Quirinale è una partita ancora tutta da giocare. Si giocherà tutto nei prossimi mesi, ma se Mattarella facesse trapelare la sua volontà di rimanere ancora al Colle, darebbe un segnale di stabilità. Su Draghi, bisogna tenere bene a mente che è il garante, per il nostro Paese, dell’enorme debito pubblico con l’Europa che andiamo contraendo.

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