L’Ucraina lancia la Piattaforma Crimea per una soluzione diplomatica e assistita dall’Ue e dagli Usa dell’occupazione russa della Crimea. Il sottosegretario Della Vedova da Kiev: siamo ancora preoccupati per il rispetto dei diritti umani e per i possibili impatti avversi sulla situazione regionale

“La Crimea è Ucraina”: lo slogan è chiaro. L’intento del summit internazionale organizzato a Kiev negli ultimi due giorni pure: creare un nuovo formato multilaterale che unirà gli “sforzi internazionali per porre fine all’occupazione russa della penisola”, come dicono gli ucraini. “L’Ucraina sta scrivendo una nuova pagina nella sua storia internazionale.  Abbiamo raggiunto un livello importante per organizzare il vertice inaugurale della Piattaforma Crimea. Ma questo è solo l’inizio. La fine di questo percorso sarà nella Crimea ucraina”, è il messaggio che Dmytro Kuleba, ministro degli Esteri ucraino, affida ai media internazionali.

Oggi, 24 agosto, è il trentesimo anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, e la coincidenza della data conclusiva della due giorni di riunioni della “Piattaforma Crimea” – questo il nome del nuovo meccanismo diplomatico – non è certo casuale. L’annessione russa del 2014, non riconosciuta dalla Comunità internazionale, non è stato solo un colpo anacronistico per Kiev, ma ha segnato l’inizio di una stagione di tensioni crescenti tra Mosca e l’Occidente. Tensioni ancora vive, con cui Stati Uniti e Unione Europea che tengono in piedi il quadro sanzionatorio con cui hanno punito il Cremlino di Vladimir Putin per un gesto così sfacciatamente aggressivo.

Sanzioni che tuttavia non hanno piegato la Russia e ricomposto la situazione pre-annessione. A sette anni di distanza, il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva bisogno di qualcosa di forte e ha partecipato per riaccendere le attenzioni internazionali su un dossier che rischiava di perdere centralità tra gli affari internazionali – anche perché la Russia si è portata avanti su tanti altri fronti, ha cercato il modo di guadagnare posizioni in alcune crisi per poi rendersi player e interlocutore quasi indispensabile (vedere per esempio la Libia, tra tutte quella che tocca più da vicino l’Italia).

“Siamo consapevoli – ha dichiarato Zelensky – del fatto che essendo soli, il nostro Paese indipendente Ucraina, non sarà mai in grado di riavere la Crimea. Abbiamo bisogno di un sostegno efficace a livello internazionale, e il sostegno al nuovo livello della de-occupazione della penisola di Crimea. Oggi abbiamo bisogno di ulteriori passi efficaci per liberare la Crimea. I nostri sforzi congiunti potrebbero eliminare l’aggressione armata”. Ma che tipo di sostegno può ricevere Kiev?

Il gruppo degli interlocutori è composito. Se il presidente della Polonia Andrzej Duda non si risparmia (d’altronde il suo paese è tra i più esposti alle interferenze russe, sofferte e sentite quotidianamente), altri come Francia e Germania tengono una linea più controllata. I due Paesi guidano il Formato Normandia, ossia il sistema di dialogo con Ucraina e Russia che da sette anni sta cercando, senza troppi risultati, di pacificare gli scontri armati tuttora in corso nel Donbas – la regione orientale ucraina dove i separatisti filo-russi hanno aperto un fronte ispirati (e aiutati da unità clandestine mobilitate da Mosca) da quanto successo in Crimea.

“Sono qui per riaffermare la posizione incrollabile dell’Unione: non riconosciamo e non riconosceremo l’annessione illegale della Crimea e di Sebastopoli da parte della Russia. Continueremo ad applicare con fermezza la nostra politica di non riconoscimento e ci opporremo a qualsiasi violazione del diritto internazionale”, ha detto intervenendo al summit il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel.

Il punto sta anche in una separazione di interessi all’interno dell’Ue stessa, con Paesi come quelli della regione orientale molto più orientati su una linea severa sulla Russia rispetto a grandi protagonisti come Parigi e Berlino, entrambi interessati – anche (soprattutto?) per rispettive priorità nazionali – a mantenere la porta aperta con Mosca.

Per l’Italia a Kiev c’era il sottosegretario alla Farnesina Benedetto Della Vedova: “A oltre sette anni dall’annessione illegale della Crimea – puntualizza – siamo ancora preoccupati per il rispetto dei diritti umani e per i possibili impatti avversi sulla situazione regionale. Siamo al corrente delle sofferenze che il popolo tartaro di Crimea affronta e sottolineiamo l’importanza del rispetto pieno e della protezione dei diritti fondamentali e delle libertà di tutte le minoranze”.

L’Italia sostiene l’integrità territoriale dell’Ucraina e alla sua sovranità e indipendenza, condanna l’annessione illegale della Crimea e la determinazione a mantenere la politica di non-riconoscimento concordata a livello Ue, con l’obiettivo della fine pacifica dell’occupazione. Quanto la Piattaforma Crimea potrà avere successo è un’incognita però.

“Valutiamo questo evento come estremamente ostile nei confronti del nostro paese” ha commentato Dimitri Pekov, potentissimo portavoce del Cremlino a cui il presidente Putin affida la diffusione della linea politica di Mosca. Per la Russia l’annessione sarebbe convalidata dai risultati del referendum crimeano del marzo 2014. L’Osce e quasi tutta la Comunità internazionale non hanno mai riconosciuto quella votazione: nonostante un apparente 95 per cento dei partecipanti si sarebbe espresso a favore dell’indipendenza dall’Ucraina e dell’annessione alla Russia, il voto sarebbe stato alterato e fortemente condizionato dalla presenza sul terreno di uomini armati inviati da Mosca (erano noti come i “Little Green Man”, portavano tute gourkha verdi senza insegne per aumentare la plausible deniability).

Putin ha chiarito che considera non negoziabile l’annessione della Crimea. Ai residenti della Crimea sono stati rilasciati passaporti russi e il Cremlino ha speso circa 2,6 miliardi di euro per costruire un ponte per chiudere lo Stretto di Kerc. Una connessione infrastrutturale dal valore anche simbolico, in quanto lega fisicamente la Crimea al mainland russo. I residenti locali e i gruppi di difesa hanno denunciato dure discriminazioni contro la comunità tatara di Crimea, nonché deportazioni forzate e altre violazioni dei diritti, come sottolineato dal sottosegretario Della Vedova.

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