Nel lungo periodo, il presidente Biden potrebbe salvarsi dagli effetti negativi del ritiro dall’Afghanistan. In generale gli americani (sia Democratici che Repubblicani) stanno con lui sulla linea, anche se nell’immediato le immagini da Kabul hanno avuto un peso

A differenza di altri temi i cui effetti politici interni seguono andamenti a più lungo termine — la sanità, le tasse, per esempio — la questione Afghanistan ha un effetto immediato. O almeno così dovrebbe essere. Tra poche settimane, quando usciranno dal mainstream le immagine dei militari americani a Kabul e i volti scavati dalla paura degli afghani che li cercavano per scappare dai Talebani, quando anche l’ultimo dei commentatori avrà fermato la sua penna, allora la più lunga guerra della storia americana sarà solo un ricordo.

O meglio, andrà così? Quale effetto avrà in futuro sulla collettività statunitense? Quanto gli elettori che il prossimo anno dovranno votare per le elezioni di metà mandato daranno peso al ritiro e ai suoi effetti sulla politica internazionale e sulle dinamiche geopolitiche in varie regioni? Quanto, semmai, lo considereranno importante per loro? Quanto i contribuenti avranno percezione dell’occasione offerta per mostrare un’America (e/o un Occidente) indebolita agli occhi dei rivali?

L’approval di Joe Biden regge per ora. Il presidente che si è preso l’onere di portare a compimento una direttrice già avviata dall’amministrazione Obama (di cui Biden era vicepresidente) e poi continuata da quella di Donald Trump, non soffre troppo la decisione. Un sondaggio condotto dall’Associated Press lo aveva fotografato la situazione praticamente subito dopo la conquista talebana di Kabul: il 62 per cento degli americani era d’accordo con la decisione di uscire dall’impegno afghano. Ci si chiedeva poi: se gli Stati Uniti subissero attentati collegati a quanto successo, Biden si ritroverebbe a pagare l’intero prezzo di un ritiro di cui è stato esecutore finale? Non è andata nemmeno così, almeno per ora. L’approval del presidente è sostanzialmente stabile. Il dato più recente (1 settembre) lo fornisce una rilevazione Economist/YouGov: il 50 per cento degli americani approva la decisione di ritirare le truppe contro un 36 che la disapprova.

Il 71 per cento del campione intervistato dal 28 al 31 agosto dice di aver seguito costantemente quanto stava accadendo, e sebbene oltre la metà di questi dica che Biden abbia gestito male la ritirata (nei tempi e nei modi), c’è un 45 per cento che sostiene che l’inizio della guerra stessa – venti anni fa – sia stato un errore contro un debole 32 che la valuta come una decisione giusta. E di quel 23 per cento che resta “not sure” almeno una metà propende per la prima ipotesi. Ossia i dati ci dicono che quando si parla dell’immediato, del presente, quello condizionato dalle immagini di questi giorni appena passati, Biden finisce sotto accusa, e gli elettori non approvano le decisioni che hanno riguardato l’Afghanistan. Ma il punto è nel profondo: quando si valuta la scelta di rientrare, di chiudere la più lunga delle “endless wars” di cui parlava Donald Trump, è lì che l’azione politica del presidente guadagna consensi.

Prima di luglio Biden non era mai sceso sotto il 50 per cento di media nell’approval generale fotografato costantemente da Gallup, istituzione dei sondaggi statunitensi La domanda è semplice e diretta, senza tante sfumature: approvi il lavoro del presidente? Oltre la metà degli americani ha sempre risposto finora. Nella rivelazione più recente Biden è andato al 49 dopo essere passato dal 47, e forse c’entra anche qualche posizionamento istintivo di chi è rimasto toccato dalle immagini uscite da Kabul. Tuttavia la gamma di sfumature politiche di coloro che approvano la fine della guerra afghana è talmente tanto ampia da far pensare che non sarà questo a mettere in difficolta il democratico. Si va dalla linea pacifista dei leftist tipo “The Squad”, al corpaccione maggioritario dei Democratici (eccezion fatta per qualche epigono dell’interventismo liberale ormai fuori moda), fino ai Repubblicani (escluso ciò che resta dei neocon) e agli America First (che vedono nella mossa di Biden la conferma che il loro presidente, Donald Trump, ha fatto anche cose buone).

In comparazione col predecessore Biden è sopra di 13 punti – ad agosto del primo anno, Trump era al 36 per cento di approval. In confronto alla serie storica mediana sotto di 4 punti: Barack Obama era al centro della media, e nell’agosto del 2009 viaggiava al 53. Il frastuono attorno al ritiro dall’Afghanistan ha fatto uscire Biden da un guscio protettivo, l’abilità con cui si era finora protetto dagli attacchi (anche nelle situazioni più spinose) rischia di essere scalfita. Quanto peserà la situazione in futuro? Quanto sarà in grado di tenere prima delle MidTerms del 2022 – che dal gennaio dell’insediamento sono classicamente il tema politico-elettorale per ogni presidente?

È prudente dire che è probabilmente troppo presto per sapere quale sarà l’impatto a lungo termine sulla sua presidenza o sulla performance democratica nelle elezioni di medio termine del prossimo anno del ritiro afghano. È realistico pensare che non sarà questo a decidere le sorti delle prossime elezioni congressuali. Come ha spiegato su queste colonne David Unger (Johns Hopkins), il presidente è più preoccupato dal ritorno dei ragazzi a scuola e del potenziale innesco di nuove ondate Covid che dai contraccolpi afghani.

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