Intervista a Stefano Pontecorvo, Senior civilian representative della Nato in Afghanistan, già ambasciatore in Pakistan e protagonista dell’evacuazione da Kabul. La Nato si rialzerà, abbiamo permesso alla democrazia di fiorire e i Talebani se ne renderanno conto, il Panshir lotterà ancora. Allarme terrorismo, ma i gruppi sono sul piede di guerra fra loro

La mente a Bruxelles, il cuore a Kabul. Il filo spinato, i bambini che lo scavalcano, le file sulla pista dell’aeroporto Hamid Karzai nella speranza di un volo libero, gli spari e le esplosioni in lontananza. Stefano Pontecorvo ha ancora nitide negli occhi le istantanee del dramma afgano. Senior Civilian Representative della Nato in Afghanistan dal giugno 2020, già ambasciatore italiano in Pakistan, è il protagonista e il volto più riconoscibile dell’evacuazione dei civili dalla capitale invasa dai Talebani. A un mese dalla caduta di Kabul, traccia insieme a Formiche.net un bilancio della missione Nato e del futuro che attende chi è rimasto.

Un mese dopo, cosa resta di Kabul?

Quello che rimane è un paese caduto nelle mani dei Talebani, a causa del crollo improvviso del governo afghano e delle sue forze di sicurezza  Ci troviamo quindi di fronte a un governo incompatibile con i valori e le aspirazioni espresse dalla società afgana.

Vent’anni di missione Nato. É stato tutto inutile?

È inutile nasconderlo: la missione si è chiusa male, come mai avremmo sperato. Questo non significa che sia stato tutto vano.

Cosa si può e deve salvare?

Siamo intervenuti per garantire che l’Afghanistan non diventasse nuovamente un rifugio sicuro per i terroristi che avrebbero attaccato i nostri Paesi, come hanno fatto l’11 settembre. E da allora non ci sono stati attacchi ai nostri Paesi organizzati dall’Afghanistan. Questo è un risultato importante e dobbiamo rimanere vigili per salvaguardarlo.

I semi hanno dato frutto…

Grazie al sostegno dell’intera comunità internazionale, compresi molti dei nostri governi, dell’Ue e dell’Onu, nonché della nostra presenza militare, gli afgani hanno compiuto progressi sociali ed economici senza precedenti. Abbiamo così creato una cornice di sicurezza che ha permesso ad alcuni di questi germi di democrazia di crescere spontaneamente. Non è possibile esportare la democrazia. Si possono però esportare gli elementi fondanti di un sistema democratico: la libertà di pensare, esprimersi, studiare, partecipare alla vita pubblica. La società afgana ha saputo esprimere queste domande perché è stata messa in condizione di farlo, senza imposizioni.

Questi talebani sono gli stessi di vent’anni fa?

Loro purtroppo non sono cambiati. Gli afgani sì, radicalmente. Oggi gli “studenti coranici” devono confrontare e affrontare una società che non conoscono davvero. Una società che, grazie al sostegno della Nato, della comunità internazionale e ad alcune spinte dall’interno, non vuole rinunciare ai diritti acquisiti.

La democrazia dà dipendenza…

È così. Nelle prime tre settimane al governo i talebani hanno affrontato più manifestazioni di quante ne abbiano viste nei quattro anni del precedente regime. Qualcosa deve significare. 

La resistenza armata però inizia a spegnersi. Il Panshir è caduto?

Resteranno sacche di resistenza, i panshiri non si arrendono facilmente. È una regione lunga 120 chilometri, intersecata da ventuno valli, difficilissima da dominare. I sovietici l’hanno attaccata sette volte senza riuscirci.

Il capoluogo è stato preso. Sul tetto del governatorato sventola la bandiera talebana.

La resistenza ha abbandonato il capoluogo al centro della valle, si è ritirata sulle montagne. Oggi la situazione è in favore dei talebani, domani potrebbe cambiare. Mi aspetto che sia Massud che Saleh diano loro del filo da torcere. Non si fideranno di offerte e negoziati sotterranei, e fanno bene.

Ambasciatore, l’evacuazione è finita ma sul campo ci sono ancora collaboratori e informatori delle forze italiane ed europee che rischiano la vita. C’è un piano della Nato per portarli via?

Il Segretario Generale della Nato Stoltenberg è stato chiaro: siamo impegnati per portare fuori dal Paese chi ha sostenuto i nostri sforzi e ne ha urgentemente bisogno. Abbiamo evacuato circa 2000 persone – con le rispettive famiglie – associate alla Nato che sono ora inserite in un processo di reinsediamento. Ciò detto molti sono rimasti in Afghanistan.

Per loro cosa farete?

Continuiamo a fare tutto il possibile per evacuare coloro che hanno un legame con la Nato e desiderano lasciare il Paese, e le rispettive famiglie. In tutto, durante il mese di agosto piu’ di 120,000 persone sono state evacuate grazie ad un ponte aereo creato da diversi Paesi della Nato. 

Cosa impedisce le operazioni?

L’ambiguità dei talebani. Assicurano che chi ha i documenti in regola può partire, afgani compresi, ma sappiamo che non è così. Gli americani sono riusciti a far evacuare i connazionali e afgani con residenza permanente negli Stati Uniti dopo due settimane di intensi negoziati. L’aeroporto Hamid Karzai sta lentamente tornando in funzione. Poi ci sono alcune vie di terra aperte. Varcare i confini è difficile, non impossibile.

C’è una lista di chi è rimasto?

Chi è rimasto nel Paese non è in imminente rischio di vita. Grazie al supporto del Quartier Generale della Nato abbiamo ripercorso vent’anni di missione dell’Alleanza per contattare chi ha collaborato con noi, stilando una lista di chi era più esposto nell’immediato. Anche gli altri saranno portati fuori, per quanto possibile. La Nato non gioca con la vita delle persone.

Per i rifugiati si possono immaginare corridoi umanitari? 

Bisogna intendersi sul concetto di corridoio umanitario. Se si tratta di un passaggio franco per raggiungere il confine, ben venga. Resta un ostacolo: credere alle promesse dei talebani. Non sono affatto contenti di veder lasciare il Paese una parte consistente della popolazione, e lo stanno dimostrando.

Lei conosce da vicino un attore chiave di questa crisi: il Pakistan. L’Occidente si può fidare?

L’Occidente può e deve parlare con il Pakistan. Un Paese partner  della Nato in Afghanistan che fornisce un importante supporto logistico. Molte delle donne e dei bambini che abbiamo evacuato in queste settimane sarebbero rimaste a Kabul senza l’aiuto dei pakistani. Anche la Turchia – nostro alleato – ed il Qatar – nostro partner – continuano ad apportare contributi importanti per rendere l’aeroporto di Kabul nuovamente operativo. Siamo loro molto grati per questo.

La Cina è davvero pronta a scommettere sull’Emirato?

È un elefante nella stanza di cristallo, non può permettersi di inviare forze militari. I cinesi giocheranno un ruolo strategico, faranno leva sugli ottimi rapporti con Pakistan e Iran, due Paesi dove hanno investito molto. Prima devono fare i conti con due priorità.

Quali?

La lotta al terrorismo e la diffusione del fondamentalismo. Poi il contrasto al narcotraffico,. A questi si aggiungono interessi economici. L’Afghanistan è uno snodo chiave delle rotte dall’Asia orientale, una volta stabilizzato può ospitare nuove infrastrutture viarie, ferroviarie, oleodotti.

Tornerà ad essere un santuario del terrorismo? 

I talebani si sono impegnati chiaramente a non consentire ai terroristi di utilizzare ancora una volta l’Afghanistan come piattaforma per lanciare attacchi contro i nostri paesi. Il mondo sta guardando e li riterra’ responsabili per questi impegni presi. Allo stesso tempo, non controllano l’intero territorio.In Afghanistan operano 18 organizzazioni terroristiche riconosciute dall’Onu. Ammesso che ci sia la volontà di contrastarle, 80mila uomini non sono sufficienti.

Haqqani, una delle più temibili e violente reti terroristiche dell’Est, ha addirittura un ministro, il titolare dell’Interno Serajuddin Haqqani.

Nel portafoglio istituzionale di Haqqani ci sono altri tre ministeri inferiori, sono in pole position. È un equilibrio instabile, i talebani sono scossi da un contenzioso fra diverse etnie. 

Ci spieghi.

Da una parte i talebani del Sud, i kandahari e gli helmadi, in lite per la divisione del potere. Dall’altra la rete Haqqani, composta per lo più dai Pashtun dell’Est. 

Poi?

Poi ci sono tagiki e uzbeki, che costituiscono circa il 20% dei talebani e hanno contatti con altri gruppi terroristici, come il Movimento islamico dell’Uzbekistan. Questi hanno aiutato a riconquistare le province del Nord ma finora sono quasi rimasti esclusi dal potere.

Infine Al Qaeda. La creatura di Osama bin Laden è risorta?

Durante la conquista del Paese i talebani hanno imprudentemente aperto tutte le prigioni afgane. Solo dalle due carceri di Kabul, Parwan e Pul-e-Charkhi, sono fuggiti 12mila detenuti, di cui circa 800 combattenti di Al Qaeda. Lo stesso vale per Mazar-i-Sharif e Kandahar. Quindi ci sono rischi evidenti. Ecco perché gli alleati della Nato rimangono vigili e hanno le capacità per colpire le minacce terroristiche da oltre l’orizzonte.

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