Incontro a tre nel Mar Rosso: i leader di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar si vedono (in formato relax) per dare seguito con un’immagine al processo di distensione in atto nel Golfo

È stato il direttore dell’ufficio personale del principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, a diffondere su Twitter la foto del suo capo insieme all’emiro del Qatar, lo sceicco Tamim Bin Hamad Al Thani, e allo zar della sicurezza degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Tahnoun Bin Zayed Al Nahyan. Nel suo messaggio l’incontro, avvenuto nel Mar Rosso, viene definito “fraterno”.

L’immagine dei tre leader del Golfo (mancava formalmente l’emiratino Mohammed bin Zayed, ma Tahoun è praticamente il suo alter ego) è iconica. Se la riconciliazione di al Ula ha riaperto formalmente le relazioni, dopo che Riad e Abu Dhabi avevano messo sotto isolamento Doha a giugno 2017, l’incontro dei giorni scorsi pare consolidare il processo in corso. I tre sorridono, vestiti in abiti casual (costume e camicia), nel tentativo di mandare al mondo un messaggio di distensione.

Guidano Paesi potenti, finiti in mezzo a dinamiche complesse (anche protagonisti di mosse geopolitiche aggressive), ma vogliono esprimere armonia e stabilità. Secondo un trend che caratterizza l’intera regione. Qualcosa di simile, seppure con profondi distinguo arriva da un’altra foto uscita in questi giorni, quella dei Talebani sui pedalò nella provincia di Bamyan.

L’intento è di mostrarsi rilassati (sebbene in una di quelle foto, anche in quel caso virali e destinate a essere parte del racconto storico di questo periodo, siano armati). E di farlo nel luogo da cui si sono costruiti l’immagine di potere oscurantista quando la loro foga iconoclasta li portò a distruggere le due statue di Buddha patrimonio dell’Unesco.

Per uscire dall’immagine, restando comunque nella sostanza, il mese scorso il consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti aveva già incontrato separatamente l’emiro del Qatar a Doha nella prima visita del genere in quattro anni. Il Qatar, a proposito di Talebani, è uscito rafforzato dalla vicenda afghana, e sta giocando le sue carte di politica estera anche con Arabia Saudita e Emirati Arabi.

“Quello che è successo oggi è […] il voltare pagina su tutti i punti di differenza e un pieno ritorno delle relazioni diplomatiche”, aveva detto il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, in una conferenza stampa a conclusione dello storico vertice regionale di riconciliazione avvenuto il 5 gennaio.

Lo sviluppo è stato significativo in una serie di accordi in Medio Oriente cercati da Washington — che coinvolgono Israele e stati arabi noti come “Accordi di Abramo” — pensati per ricomporre nella regione un assetto ordinato. Con l’evoluzione della situazione afghana contatti hanno preso maggiore consistenza davanti alle necessità di tutti.

Quell’assetto tra l’altro è pensato anche per unire il fronte contro l’Iran, che nella componente più aggressiva (e legata all’industria militare) dei Pasdaran ha una forza di destabilizzazione diffusa attraverso milizie sciite sparse per muovere influenza in vari Paesi dell’area. Sebbene nel frattempo a Teheran ci siano componenti dell’establishment che remano per una sostanziale distensione.

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