Nel rapporto 2020 sul golden power una fotografia dello Stato a difesa dei settori strategici durante la pandemia del Covid-19. In un anno solo due veti per frenare lo shopping cinese nel 5G e nei chip. La rete di quinta generazione al centro degli interventi più sensibili

Lo scudo dello Stato italiano a protezione dei settori strategici è sempre più robusto. E le aziende italiane sono sempre più disposte a chiedere un intervento del governo quando gli affari toccano da vicino la sicurezza del Paese. Questa la fotografia che emerge dalla nuova Relazione al Parlamento sull’esercizio dei poteri speciali nel 2020.

La pandemia ha costretto a un ripensamento della sicurezza nazionale e il “Golden power”, i poteri speciali di intervento del governo introdotti nel 2012, non fa eccezione. I numeri non mentono: da 83 nel 2019, il totale delle notifiche delle aziende è passato a 342 nel 2020, si legge nel documento firmato dal sottosegretario di Stato Roberto Garofoli.

Un picco dovuto all’estensione dei poteri speciali durante l’emergenza Covid. Non solo a settori sensibili come le tecnologie emergenti e il 5G, la rete al centro della contesa fra Cina e Stati Uniti. Comparti come il farmaceutico, il biomedicale e perfino parte dell’agroalimentare sono finiti sotto l’ombrello dello Stato grazie alle modifiche apportate dal “Decreto liquidità” nell’aprile 2020.

Acquisizioni, fusioni, riassetti societari, contratti di fornitura dei settori coinvolti devono passare al vaglio del gruppo di coordinamento a Palazzo Chigi. In verità, svela l’ultimo rapporto, la maggior parte delle istruttorie si conclude con un via libera del governo. Fra le altre, 40 con l’indicazione di “prescrizioni e condizioni”, 43 con una procedura semplificata, 92 senza alcun esercizio dei poteri speciali.

Solo due hanno incontrato un semaforo rosso. La prima del 23 ottobre 2020, quando a Palazzo Chigi c’era Giuseppe Conte: un veto a un contratto per la rete 5G fra Fastweb e la cinese Huawei, azienda tech cinese accusata di spionaggio degli Stati Uniti. Il sospetto? “L’assenza di un piano di diversificazione dei fornitori, coerente con i principi e le linee guida elaborati a livello internazionale e dell’Unione europea”.

Il secondo veto porta invece la firma di Mario Draghi, e riguarda ancora una volta un’azienda cinese: l’acquisto da parte di Shenzen Invenland Hodings del 70% di Lpe spa, piccola azienda italiana di Baranzate specializzata nella produzione dei chip, uno dei beni più contesi al mondo. Diversi contratti finiti sotto i riflettori del governo riguardano la tecnologia 5G.

Formalmente sotto il torchio dei tecnici di Palazzo Chigi arrivano tutte le aziende “extra-Ue”. Alla prova dei fatti, però, buona parte dei fornitori al centro delle prescrizioni del governo sono cinesi, su tutti Huawei e Zte. Sono ben 19 le notifiche sulla rete 5G inviate a un apposito gruppo di coordinamento istituito nel novembre del 2019.

È un tassello della strategia del governo per rispondere ai timori dell’alleato statunitense sulla sicurezza delle tecnologie emergenti. Uno sforzo coronato dalla costruzione del Perimetro nazionale di sicurezza cibernetica e dalla nascita della nuova Agenzia per la cybersicurezza nazionale (Acn) diretta da Roberto Baldoni.

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