L’alleanza Aukus fra Stati Uniti, Regno Unito e Australia è un successo per Joe Biden, dice Zack Cooper, esperto dell’American for Enterprise Institute e della Georgetown, la nuova flotta australiana metterà alle corde Xi nell’Indo-Pacifico. Europa? Ha un ruolo limitato nella regione, non deve illudersi

Il primo tassello di un puzzle più grande. Aukus, la nuova alleanza militare fra Australia, Regno Unito e Stati Uniti che lavorerà per costruire una flotta di sottomarini nucleari australiani nell’Indo-Pacifico, può diventare il riscatto americano dopo il disastro in Afghanistan, spiega Zack Cooper, senior fellow dell’American for Enterprise Institute e professore alla Georgetown University con un passato al National Security Council.

Quanto pesa questo accordo?

Molto. È un vero successo per l’amministrazione Biden che avrà una grande eco in Asia. Rafforza l’alleanza fra Stati Uniti, Australia e Regno Unito. Dimostra che la pressione cinese sull’Australia è diventata un boomerang. E potrebbe portare a una capacità marittima degli alleati notevolmente aumentata nel tempo. 

Un successo per Biden dopo il caos a Kabul?

Un grande successo, Biden e il suo team dovrebbero avere il giusto credito per questa mossa. A mio parere, è la loro terza grande vittoria in Asia dall’inizio della presidenza, dopo l’iniziativa vaccinale del Quad e l’accordo militare fra Stati Uniti e Filippine.

È una svolta preparata da tempo?

Io lo dico da dieci anni: l’Australia ha bisogno di abbandonare i sottomarini elettrici per quelli a pulsione nucleare. L’Indo-Pacifico è una regione fatta di lunghe distanze, è una soluzione logica lavorare insieme a questa flotta. Certo, non sarà facile superare gli ostacoli regolatori che incontrano i progetti ad energia nucleare.

Dall’Afghanistan all’Indo-Pacifico. Si gioca qui il riscatto americano?

Presto per dirlo. La Casa Bianca ha fatto intendere che al progressivo ritiro delle forze americane in Afghanistan e in Medio Oriente farà seguito un impegno più consistente nell’Indo-Pacifico. Ma è una promessa che i presidenti americani hanno fatto più volte senza che nulla accadesse. 

Biden sta passando ai fatti. O no?

Ci vorrà tempo. Dieci anni fa Barack Obama ha annunciato un riorientamento della politica estera americana verso l’Asia, così anche Hillary Clinton. Sul piano militare i progressi sono stati limitati. Come ha riconosciuto un ex alta ufficiale del Pentagono, Michèle Flournoy, il “Pivot to Asia” finora è rimasto sulla carta. 

Perché?

Con Obama il focus è rimasto sugli accordi commerciali, come il Tpp (Trans pacific partnership), Trump ha perfino imposto tariffe su alleati tradizionali come la Corea del Sud. E fra i partner nella regione è cresciuto lo scetticismo, i leader del Sud Est asiatico percepiscono un disimpegno degli americani.

A Taiwan non si fermano le esercitazioni militari, la pressione cinese cresce. C’è da aspettarsi un più deciso intervento americano?

Non è da escludere che, avendo le mani libere in Asia centrale, gli Stati Uniti aumentino il pressing a difesa di Taiwan. Ma, ripeto, questo è il piano della Casa Bianca da molti anni: Obama disse che il ritiro dall’Iraq avrebbe aperto a un maggiore impegno nel Pacifico. Le cose sono andate diversamente. 

Biden ha convocato per il 24 settembre una riunione dell’alleanza Quad con India, Australia e Giappone. Cosa sarà in agenda?

Il primo obiettivo è riportare a un solo tavolo questi leader, a mio parere l’incontro più importante della storia del Quad. L’amministrazione Biden deve inviare un segnale, sia agli alleati asiatici sia al popolo americano: America is back. Mi attendo in particolare un confronto sulle catene di fornitura critiche, dai minerali dell’Australia al manifatturiero del Giappone, oltre al piano per aumentare la produzione di vaccini.

Anche l’Europa guarda all’Indo-Pacifico e pubblica una sua strategia. Ha davvero voce in capitolo?

L’Europa ha un ruolo assolutamente critico nell’Indo.-Pacifico nel contrasto all’autoritarismo cinese e sul piano degli accordi commerciali. Ma non dovremmo avere troppe aspettative su un ruolo militare dell’Europa in Asia. Gli Stati Uniti cercano una sponda europea per la governance e la promozione dei valori democratici. Al resto penseranno loro.

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