Al di là delle (valide) ragioni tecniche dietro l’accordo sui sottomarini, Aukus, il patto fra Stati Uniti, Australia e Regno Unito, è un messaggio in codice di Joe Biden per l’Ue. Finché gli affari cinesi avranno la meglio sulla sicurezza, non ci si può fidare degli alleati europei. Il corsivo del generale Vincenzo Camporini

Il clamoroso episodio della cancellazione del contratto tra il governo australiano e Naval Group per la costruzione di 12 sommergibili, a favore della fornitura di sottomarini a propulsione nucleare da parte Usa merita un commento politico. Il commento diventa ancor più necessario a seguito della inusitata e francamente isterica reazione del governo francese, che ha richiamato in patria, “per consultazioni” i propri ambasciatori a Washington e a Canberra.

Innanzitutto occorre considerare il legame tra la sottoscrizione dell’accordo Aukus, chiaramente finalizzato alla creazione di una rete di alleanze per il contenimento dell’espansionismo cinese, e la questione della commessa, poiché la scelta di battelli a propulsione nucleare è strettamente legata all’aspetto strategico. Ma pare evidente che gli argomenti tecnici si intreccino a quelli operativi e a quelli più propriamente politici.

Dal punto di vista operativo la scelta della propulsione nucleare garantisce un raggio d’azione enormemente più ampio di qualsiasi altro tipo e ben si sposa con l’ottica strategica di un contenimento delle ambizioni cinesi. Peraltro la Francia dispone di una più che adeguata esperienza nel settore, peraltro non sarebbe stata impensabile una corrispondente modifica della specifica con Naval Group ma, anche se è ipotizzabile una qualche insoddisfazione australiana circa la  gestione tecnica del contratto originario, è evidente che alla radice del voltafaccia che ha fatto infuriare Parigi ci sono delle sostanziali motivazioni politiche.

Tutto infatti si può ricondurre alla visione radicalmente diversa circa il rapporto/ confronto con la Cina di Xi esistente tra le due sponde dell’Atlantico: mentre negli Usa e negli alleati dell’area indo-pacifica è evidente la consapevolezza della natura espansionistica della politica economica e militare cinese (versione del XXI secolo del concetto di ‘spazio vitale’?) e della necessità storica di un’azione di contenimento, i Paesi europei, in ordine sparso o nel a quadro dell’Unione Europea, ritengono che i reciproci interessi rendano necessario un rapporto negoziale con la Cina, per quanto arduo e aspro.

In estrema sintesi gli Usa non si fidano più degli europei, che percepiscono come pronti a un appeasement con Pechino. Né possono rassicurarli gli ultimi documenti prodotti a Bruxelles, da cui sembra di poter evincere che il motivo principale, se non il solo, di contenzioso con la Cina sia quello relativo al rispetto dei diritti umani.

Si tratta di ottiche radicalmente contrastanti e non deve quindi stupire che chi ha un potere negoziale più forte approfitti di ogni opportunità per riaffermare e imporre la propria visione politica.

Vedremo nelle prossime settimane l’evoluzione di questa vicenda, che peraltro ci mostra una volta di più, ammesso che sia necessario, la sostanziale irrilevanza dei singoli Paesi europei e che un efficace ed equilibrato rapporto negoziale tra le due sponde dell’Atlantico possa essere plausibile solo con una solida e istituzionale integrazione politica, quanto meno dei più rilevanti Paesi europei.

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