Stefano Monti, partner di Monti & Taft, mette in guardia sugli investimenti pubblici a pioggia destinati al patrimonio culturale o alla produzione di contenuti: il governo non ha risorse illimitate e rischia di disperdere l’occasione unica della ripresa post-pandemica in progetti che non portano ritorno economico, migliori condizioni sociali né promozione dell’Italia nel mondo

Come inquadrare il ruolo della cultura nella ripresa dopo la pandemia? E perché il governo rischia di compiere errori nel disegnare la sua agenda in questo campo? Innanzitutto è bene chiarire il perimetro della riflessione, e iniziare a distinguere tra la produzione di cultura e il Patrimonio Culturale, e il ruolo che il nostro Paese ricopre in ognuna delle due “grandi dimensioni” della Cultura.

L’Italia, per produzione di contenuti, per influenza su altre nazioni, per export di prodotti culturali, non è un soggetto rilevante a livello internazionale. Per fare un esempio: nel report 2018 sulle Serie Tv, che sono ad oggi uno dei principali prodotti culturali di largo consumo, Parrot Analytics stima che il livello di “travelability” dei contenuti italiani è del 3%, contro il 10% dell’Australia, il 20% degli Stati Uniti e il 30% del Canada.

L’Italia, è di contro, uno dei principali Paesi al mondo per brand culturale: il nostro Patrimonio, la nostra Storia, il grande appeal che la nostra cultura ha sedimentato nel tempo fanno sì che l’Italia sia necessariamente associata, a livello internazionale, ad elementi di natura culturale: dal rinascimento alla Olivetti, dalla Dolce Vita al design.

Per quanto siano strettamente correlate, queste due dimensioni sono necessariamente eterogenee sul versante strutturale, così come ancor più distanti sono le “azioni” e gli investimenti che è necessario porre in essere per valorizzarle.

Senza entrare in dettagli tecnici, è chiaro che per valorizzare un’area archeologica o un’abbazia siano necessari investimenti differenti rispetto a quelli invece necessari per valorizzare la produzione di videogame, di opere d’arte, o di altre espressioni culturali.

Chiarito questo aspetto, è ora possibile approfondire meglio la questione e riformulare, con più precisione, l’affermazione iniziale: porre al centro dell’agenda politica la valorizzazione della cultura, sia essa intesa come produzione culturale o come Patrimonio Culturale, produrrebbe effetti necessariamente distorsivi, e sarebbe una scelta subottimale.

Nel caso della produzione culturale, infatti, si tratterebbe di finanziare, direttamente o indirettamente, la produzione di contenuti, in misura ulteriore di quanto già venga fatto, secondo dei criteri che, inevitabilmente, finirebbero con il produrre anomalie produttive: un caso esemplare è quello del cinema nostrano di qualche anno fa, che per poter ottenere finanziamenti pubblici, produceva film piuttosto simili, con attori ricorrenti, e che soltanto in casi sporadici incontravano il successo del pubblico.

Nel caso del Patrimonio Culturale, invece, finanziare la cultura significherebbe finanziare a pioggia il restauro di tutti i luoghi della cultura presenti sul nostro territorio, che spesso versano in condizioni di disagio, se non di abbandono. Tale scelta, da sola, per quanto possa apparire desiderabile, non risulterebbe in alcun modo efficiente. Anche nel caso, e questo è importante, di risorse economiche illimitate: se il restauro è un elemento fondamentale, è però necessario che da tale restauro ci sia una “valorizzazione” in grado di rendere il sito culturale un luogo vivo, soggetto a costante manutenzione, perché come nel caso delle nostre abitazioni, un luogo inabitato tende rapidamente a ritornare a condizioni precarie.

In ognuno dei casi, quindi, andremmo incontro ad ingenti investimenti, che molto probabilmente non genererebbero valore aggiunto, ma resterebbero improduttivi.

Ciò significa forse che la cultura dovrebbe essere ignorata dai nostri decisori pubblici? Tutt’altro.

Sia che si tratti di produzione culturale, o che si tratti invece di valorizzazione del nostro patrimonio, la nostra cultura ha bisogno di investimenti “trasversali”. Di misure in grado di favorire il processo di sviluppo e di valorizzazione della cultura, incrementando la possibilità da parte degli operatori culturali di generare valore.  Solo in questo modo la cultura può partecipare alla creazione di valore pubblico, economico e sociale.

In altri termini, non serve che lo Stato finanzi (come si faceva con certe colture qualche anno fa) la produzione di una determinata forma artistica: serve piuttosto che lo stato favorisca le dimensioni culturali e sociali affinché gli artisti, o i creativi, possano vivere del proprio lavoro. Serve che le persone abbiano sufficiente speranza nel futuro da potersi concedere acquisti edonici come un’opera d’arte, ben sapendo che il prezzo delle opere di artisti contemporanei italiani è alla portata di molti. Serve che ci siano condizioni economiche tali da consentire alle tantissime imprese italiane di poter emergere, servono investitori internazionali che si fidino del nostro “sistema-paese”, servono condizioni fiscali e previdenziali che stimolino la crescita, piuttosto che bloccarla.

Allo stesso modo, per valorizzare il patrimonio culturale è necessario costruire le infrastrutture necessarie per rendere tale patrimonio visitabile, è necessario investire affinché le agenzie internazionali – che gestiscono la “migrazione” di milioni di persone da Venezia a Firenze, da Roma alla Costiera Amalfitana, e ritorno all’aeroporto – propongano itinerari alternativi a quelli classici. Serve stimolare la partecipazione del privato nella gestione del patrimonio culturale, piuttosto che restare ancorati a vecchi modelli gestionali che ad oggi vengono considerati degli assiomi, ma che devono il loro successo soltanto ad una sorta di inerzia amministrativa.

Appare chiaro che la cultura, per emergere, per avere davvero un ruolo rilevante nelle nostre vite, non debba essere finanziata, ma stimolata. È necessario, in altri termini, che al centro dell’agenda politica ci siano le condizioni dell’imprenditorialità, lo snellimento delle Amministrazioni, la nascita di nuovi modelli di partecipazione del privato, lo sviluppo degli investimenti, il consolidamento delle infrastrutture.

Perché la cultura è espressione. E in quanto tale è espressione di un popolo, di una nazione.

Se vogliamo che la cultura italiana vibri, allora non dobbiamo far altro che far vibrare il nostro Paese.

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