In un editoriale la rivista dei gesuiti diretta da padre Antonio Spadaro affronta i due temi non per dare la linea ai cattolici, ma per aprirli al dialogo. Quel dialogo che è il metodo indicato da papa Francesco per indirizzare gli italiani alla crescita, senza radicalizzazioni contrapposte

Cosa è in gioco con le attualità modalità relative alle discussioni sulla legge Zan e al referendum sul cosiddetto “fine vita”? Il tema viene inquadrato da La Civiltà Cattolica, che con un suo editoriale non dà la linea ai cattolici, ma invita a non chiudersi nelle trincee.

Il dialogo è un metodo, il metodo indicato da Francesco e gli scrittori de La Civiltà Cattolica, da scrittori del papa, cercano di affiancare gli italiani in un percorso di crescita e non di radicalizzazioni contrapposte. I temi posti sono noti e da sempre i più divisivi, sebbene dovrebbero esserlo anche gli altri: dalle questioni economiche e sociali a quelle della solidarietà. Ma è sui cosiddetti fronti etici che il confronto si è fatto sempre più acceso, quasi che questo confronto sostituisca gli altri.

L’articolo de La Civiltà Cattolica ricostruisce il tormentato iter della legge Zan, le gravi questioni che affronta e quelle che potrebbe determinare. Infatti si può leggere che “al suo interno sono compresi il rispetto delle diversità e della dignità di ogni persona, la tutela dei più deboli e il contrasto alle discriminazioni. Tuttavia il dibattito che è stato aperto ha sollevato alcuni punti che stridono con altri diritti, come, ad esempio, la libertà di espressione del pensiero o la libertà educativa”. L’articolo ovviamente ricorda le paure dei promotori, fino all’arroccamento e quindi la scelta dell’ ostruzionismo dei suoi avversari.

Sul cosiddetto fine vita ricorda che “il comitato promotore annunciava che, attraverso la raccolta firme tradizionale e quella online, in un mese e mezzo era stata superata la quota necessaria indicata dall’art. 75 della Costituzione per avanzare la proposta. Anche in questo caso, non sono mancate alcune osservazioni sui contenuti di una legge che chiede di abrogare una parte dell’art. 579 del Codice penale, che prevede le pene per l’omicidio del consenziente, esclusi i minorenni e le persone psichicamente inferme o coloro a cui il consenso sia stato estorto con violenza o con inganno. I promotori si sentono sostenuti dalla sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale, che ritiene parzialmente incostituzionale l’articolo 580 del codice penale. Tuttavia Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, ha chiaramente affermato, sulle colonne di Avvenire: «[La sentenza della Consulta] è precisa: a fronte di un’ipotesi di reato per Marco Cappato per aiuto al suicidio di dj Fabo, la Corte ritiene parzialmente incostituzionale l’articolo 580 del Codice penale nella misura in cui non contempla quattro circostanze in cui l’aiuto al suicidio andrebbe depenalizza- to. Ricordo le quattro circostanze: la persona è affetta da patologie irreversibili, prova sofferenza intollerabile, è tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale ed è capace di prendere decisioni libere e consapevoli. Attenzione, ricordiamolo, la Corte non reputa incostituzionale il reato di aiuto al suicidio in generale, giudica incostituzionale la punizione dell’aiuto in presenza di queste quattro circostanze”.

Inquadrate così le tematiche si arriva al dialogo e quindi alla laicità. Il dialogo abbiamo detto che è un metodo, non una contrattazione. Un metodo democratico che richiede la laicità. Ma quale laicità? Pensare la laicità come un qualcosa di neutro, quasi fosse un regolatore del traffico di idee, non può soddisfare. Allora è importante soffermarsi sulla citazione di cosa abbia detto al riguardo Edgard Morin: “All’origine della laicità nata dal Rinascimento sta la problematizzazione che interroga il mondo, la natura, la vita, l’uomo, Dio. […] La nostra laicità dell’inizio del secolo ha potuto credere che la scienza, la ragione, il progresso avrebbero portato le soluzioni a tutti questi interrogativi.

Oggi non bisogna più problematizzare solo l’uomo, la natura, il mondo, Dio, ma si devono problematizzare anche il progresso, la scienza, la tecnica, la ragione. La nuova laicità deve problematizzare la scienza, rivelandone le profonde ambivalenze; deve problematizzare la ragione, opponendo la razionalità aperta alla razionalità chiusa; deve problematizzare il progresso, che dipende non da una necessità storica, ma dalla volontà cosciente degli umani. Così una laicità rigenerata creerebbe forse le condizioni di un nuovo Rinascimento”.

È una citazione decisiva per muoversi su un terreno delicato e forse cruciale. Perché? Perché questi temi dovrebbero avere tale valenza? Perché “così il fine vita o il processo di conoscenza di sé diventano una cartina al tornasole per verificare lo stato di maturazione della laicità in Italia, perché toccano insieme grandi temi e la vita delle persone. Da un lato, essi mostrano i progressi delle tecniche scientifiche e delle cure mediche che aumentano la possibilità di assistere le persone malate e rendono sempre più difficile determinare i limiti tra percorso terapeutico e accanimento e cure palliative; dall’altro, i percorsi di acquisizione di conoscenza di sé, di socializzazione e di individualizzazione sono sempre più articolati e mettono in discussione i modelli di ordine di genere, così come le organizzazioni sociali li hanno storicamente costruiti, e interrogano il rapporto delle persone con il proprio corpo in modi non scontati”. Dunque le leggi devono definire, delimitare, circoscrivere? Per la rivista dei gesuiti in queste “periferie esistenziali” ci si muove meglio con un dialogo che “dovrebbe essere uno spazio all’interno del quale poter accogliere la pluralità e le differenze e iniziare a costruire itinerari comuni possibili”.

L’indicazione cui si giunge è chiarissima: “Quando si valorizza la dimensione critica della laicità, non è più possibile alzare argini e confinare alcune posizioni. È importante promuovere il dialogo nella ricerca di una continua approssimazione della verità. Si può prendere atto di una società plurale e multiculturale e di una specificità italiana, che parla di una Repubblica fondata su un Patto costituzionale, di un Concordato con la Chiesa, delle diverse intese stipulate con altre comunità religiose presenti sul territorio nazionale. Un percorso storico che riconosce la presenza nello spazio pubblico delle religioni, nel rispetto della storia e della tradizione del Paese, che ne dovrebbe valorizzare il contributo culturale e non soltanto quello sociale sostenuto da associazioni, scuole, centri assistenziali e sociosanitari di ispirazione confessionale. Il nostro tempo propone la crescita di una società pluralista, che mette a costante confronto i credenti cattolici, i credenti di altre fedi, gli atei e gli agnostici”.

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