Intervista all’economista e autrice di saggi sulla cancelliera tedesca. Nessuna come Merkel ha contribuito all’integrazione europea, ha imposto Qe e Recovery Fund quando la Bundesbank non voleva. Il Patto di Stabilità verrà solo rivisto, perché cancellare i trattati è impossibile. L’Italia ha messo il turbo, ma la crescita deve diventare strutturale altrimenti torniamo agli zerovirgola

Nessuna, o quasi, come lei. Angela Merkel lascerà un grande vuoto in Europa, dopo 16 anni alla guida della più grande potenza economica del Continente. La Germania che si avvia verso un voto il cui esito è ancora incerto, sta per voltare pagina e tuffarsi in una nuova stagione, senza la garanzia di quel ruolo di leader dell’Ue. Ad aumentare lo shock per il Paese è arrivata la pandemia, che ha imposto a Berlino la dura lezione del deficit (al 4,7% del Pil nei primi sei mesi dell’anno, oltre un punto e mezzo oltre il tetto di Maastricht) e del Pil in caduta libera, complice un’industria dell’auto messa ko dal virus e dalla crisi dei chip.

La Germania che uscirà dalle elezioni di domenica sarà ancora paladina del Patto di Stabilità che un’altra tedesca, Ursula von der Leyen, vorrebbe profondamente revisionato? E quale sarà l’eredità politica di Frau Merkel? Formiche.net ha sentito in merito Veronica De Romanis, economista della Luiss e autrice di due saggi su Angela Merkel.

Quattro mandati, 16 anni di governo ininterrotto. Angela Merkel esce di scena. Un bilancio?

Nella maniera più assoluta, il leader che più di tutti ha contribuito alla costruzione dell’Europa. L’ultimo tassello è il Recovery Fund, ma non dimentichiamoci l’ottimo rapporto con Mario Draghi ai tempi della Bce. Il Qe, che proprio con Draghi vide la luce, ha sempre incontrato le resistenze dei falchi tedeschi. Ma Merkel, senza contraddire la Bundesbank, è riuscita a imporlo. Ora si chiude un’era, vediamo cosa succede la prossima settimana e soprattutto i tempi.

Già, il voto del 26 settembre. Sensazioni?

Preoccupano i tempi della formazione del governo, che solitamente in Germania sono abbastanza lunghi. In questo limbo i dossier a Bruxelles rimarranno fermi.

Spesso Merkel è stata associata all’austerity, anche da certa opinione pubblica italiana. Una forzatura?

Direi di sì, non è affatto vero. Angela Merkel è il politico che ha portato avanti molte posizioni senza strappi, a cominciare dalla politica monetaria espansiva. Torno a fare l’esempio non solo del Qe ma anche del Recovery, nonostante la contrarietà della banca centrale tedesca. E sempre lei ha portato a casa il Trattato di Lisbona, dopo che era stato bocciato dalla Francia. Merkel è stata una vera integratrice per l’Europa. Con il Next Generation Eu, ha poi dimostrato un principio molto semplice ma essenziale.

Sarebbe?

Che se si salva un Paese con l’auto europeo, si salva l’Europa, Germania inclusa. La fine dell’individualismo, insomma.

La Germania post-Merkel è senza dubbio più debole rispetto a quella di prima della pandemia. Lo dicono i numeri. A Berlino si difenderà ancora il Patto di Stabilità?

Chiariamo subito un punto. In Italia sta passando il messaggio che le regole verranno cancellate. Falso, le regole verranno riviste perché finché l’Ue è una unione monetaria ma non fiscale, delle regole che coordinano 19 politiche fiscali sono essenziali. Altrimenti succede come con la Grecia, un Paese con finanze allegre contagia gli altri Paesi, soprattutto quelli più vulnerabili.

Allora niente addio al Patto, a Maastricht…

No, perché è molto difficile che questo avvenga, per cancellare i trattati occorre l’unanimità. Semmai sarà più facile trovare spazi di flessibilità. E poi, quelle regole, la flessibilità ce l’hanno già. Con Matteo Renzi avevamo ottenuto molta di questa flessibilità, ma invece che fare investimenti l’abbiamo usata per la spesa corrente, si legga 80 euro…

Chiudiamo sull’Italia. Confindustria ha aggiornato le stime sul Pil 2021 portandole al 6%. Abbiamo messo il turbo…

Stiamo vivendo un rimbalzo forte, molto più degli altri Paesi. Ora la sfida è fare di questo rimbalzo una ripresa strutturale. Se noi vogliamo un Pil potenziale all’1,2%, invece che i soliti zerovirgola a cui ci siamo tristemente abituati, servono investimenti e riforme. Ma temo che su questo manchi una certa consapevolezza della classe politica dirigente.

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