Anche se i ministri di Forza Italia e i governatori dell’alleanza sono a loro agio nei ruoli, quel che conta è il “sound” complessivo, che continua ad arrivare alle orecchie più come forza di alternativa che di gestione del sistema. E non è poco per una coalizione che non governa unita da dieci anni.  Il commento di Roberto Arditti

Sarà forse l’abitudine, ma certo è che a destra sembra essersi sviluppata una sorta di avversione all’idea di governare.

Così, mentre le elezioni politiche si avvicinano (manca poco più di un anno), nell’alleanza Meloni-Salvini-Berlusconi finisce per prevalere una sorta di riflesso condizionato, quello dell’oppositore “a prescindere”.

Per capirci meglio però occorre fare qualche esempio e anche avanzare qualche distinguo. Gli esempi utili sono quattro, ognuno dei quali dotato di vita propria.

Il primo ci riporta al 2019, quando Matteo Salvini lascia il governo Conte. Perché se ne va il leader della Lega? Ufficialmente per una ragione molto semplice, l’impossibilità di governare con il M5S. E dove si trova ora la Lega? Al governo con il M5S. In mezzo però è successo di tutto, ma soprattutto è accaduto che Salvini era al 34% da ministro dell’Interno in carica ed è ora al 20% da segretario del suo partito con al governo Giorgetti, Garavaglia e Stefani (sotto l’ombrello protettivo di Draghi). Una situazione scomoda per il leader della Lega, perché anche un bambino capisce che è meglio stare al Viminale anziché passare il tempo a criticare chi sta al Viminale.

Il secondo esempio riguarda i rapporti internazionali. Ma davvero Meloni e Salvini pensano di governare un Paese del G7 avendo Orban e Trump come punti di riferimento? È mai possibile che nessuno dei due si ponga seriamente il tema di interloquire con la famiglia dei popolari europei che garantirebbe loro ben altra “copertura”? Insomma non hanno proprio imparato nulla dal passaggio a velocità supersonica di Mario Draghi dalla sua bella casa in Umbria all’ufficio di Palazzo Chigi?

Al terzo posto c’è la sfida per il governo delle città. Sapremo tra qualche settimana quali risultati avranno ottenuto i candidati di destra, ma allo stato non pare che da quelle parti suonino le trombe della vittoria. Particolarmente incredibile è la situazione di Roma, che vale la pena riassumere. Nella capitale la sinistra ha fatto un disastro via l’altro. Ha iniziato cacciando Ignazio Marino per ragioni ancora misteriose. Ha poi continuato favorendo di fatto l’ascesa al Campidoglio di Virginia Raggi per poi completare il capolavoro mettendo in campo due candidati (Gualtieri e Calenda). Nonostante ciò Michetti pare destinato a soccombere al ballottaggio. Ora, senza i voti veri tutto questo discorso su Roma non sta in piedi, va detto con chiarezza. Ma se davvero finirà per prevalere il candidato di sinistra sarà molto interessante conoscere l’opinione in proposito di Giorgia Meloni.

Infine c’è l’atteggiamento sul governo Draghi. E qui si raggiunge l’apice della stravaganza fatta politica. A destra infatti si contano quattro posizioni diverse, che vado ad elencare. C’è Forza Italia che si comporta in piena sintonia con il premier, assumendone l’agenda a programma politico permanente. Poi ci sono i ministri della Lega, certamente dalla parte del capo del governo ma spesso in imbarazzo. Poi c’è Salvini che sta con Draghi ma lotta contro il Green Pass e vuole cambiare la Lamorgese (facendo arrabbiare il Quirinale). Poi c’è la Meloni all’opposizione. Il tutto sembra fatto apposta per generare quotidiane incomprensioni e fomentare ruggini personali, a cominciare dalla lotta nei sondaggi.

Veniamo ai distinguo, che debbono essere fatti per non peccare di superficialità. I ministri di Forza Italia sono perfettamente a loro agio nel posto in cui si trovano, per cui si conferma che la componente di centro dell’alleanza ha il governo nella sua vocazione originale. Al tempo stesso va detto che anche a livello di governatori l’alleanza funziona e lo fa con spirito assai costruttivo verso l’esecutivo (Zaia, Toti, Fontana, Fedriga).

Eppure quel che conta è il “sound” complessivo, che continua ad arrivare alle orecchie più come forza di alternativa che di gestione del sistema. E non è poco per una coalizione che non governa unita da dieci anni. Lo ripeto, dieci anni (e c’era Berlusconi, scusate se è poco).

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