Un esercito europeo già esiste, dotato di forze di reazione rapida, di capacità interoperabili e di catene di comando efficienti. È nella Nato e nei 27 Paesi europei che compongono l’Alleanza. Il resto, se si parla di Difesa Ue, resta “un sogno” con quattro problemi difficilmente superabili, anche sulla scia del clamore generato dal ritiro dall’Afghanistan. Il commento del generale Mirco Zuliani, già vice comandante del Comando alleato per la trasformazione, Nato Act

Con l’ingloriosa uscita dall’Afghanistan, l’Occidente si sta interrogando sul suo futuro quale attore nella risoluzione di crisi locali. Il fallimento dopo vent’anni di sforzi profusi nelle lande desolate e martoriate dell’Afghanistan hanno lasciato ferite profonde e grande dolore per le vite umane perse in quella lotta al terrorismo. Ancor di più per tutti quei giovani, donne, uomini e bambini, che porteranno per sempre sui loro corpi i segni di un’intangibile sofferenza.

Ecco che quindi appare veramente accademico e privo di consistenza il dibattito apertosi in Italia e in Europa sulla questione della Difesa comune e del “esercito europeo”, specie se confrontato con la realtà mondiale, dove un’America ferita e disillusa, non potrà svolgere un ruolo di guida per l’Occidente. Deve prima curare le sue ferite interne che hanno messo in discussione il concetto stesso di democrazia e la propria capacità di esprimere ancora valori e ideali di riferimento per le altre nazioni.

Qui invece, da questa parte dell’Atlantico, sembra che la soluzione per tutti i nostri problemi nell’evitare in futuro ciò che è accaduto a Kabul sia di realizzare finalmente il sogno dei padri fondatori dell’Ue: una Difesa europea dotata di un suo esercito. Dotarsi di una visione strategica su come difendere gli interessi delle nazioni europee e determinare la dimensione di una forza d’intervento rapido che possa di fatto costituire il suo braccio armato per interventi limitati nel tempo e nello spazio a difesa dell’Europa.

Il primo problema è la visione strategica, deve l’Europa averne una diversa da quella Nato? Ben 25 Paesi su trenta che compongono la Nato sono Ue. Per quale ragione dovremmo come Europa adottare una strategia diversa da quella della Nato? In realtà, il problema è che l’Unione europea, senza una politica estera comune, non sarà mai in grado di concordare ed esprimere una propria strategia. Questo l’ha fino ad ora penalizzata anche nella capacità di influenzare e indirizzare la strategia della Nato, che di fatto è stata sempre “piegata” agli interessi Usa. Possiamo pensare che questo possa cambiare? Onestamente no, troppi interessi contrapposti tra i vari Paesi membri, frutto anche di un allargamento dell’Ue deciso più su fattori economici e non su una chiara condivisioni di valori e visione strategica del futuro. In più gli Stati Uniti continueranno come sempre a operare in favore di una divisione dell’Ue più che di una sua unitarietà in politica estera. La nostra debolezza è la loro forza.

Il secondo problema è il processo decisionale e la catena di comando e controllo. Quello attuale della struttura politica dell’Ue, basato su un lungo processo di interazioni e sull’unanimità della decisione è incompatibile con l’esigenza attuale di rapide risposte e decisioni che le crisi attuali e future impongono. Una per tutte quella cibernetica, che per essere affrontata correttamente richiede di anticipare l’azione dei pirati informatici e di attaccare prima di essere colpiti. Nello scenario militare di possibili crisi non si possono attendere all’infinito le decisioni; non possiamo pre-allertare il nemico dicendo “guarda che arriviamo”, o “stai attento che stiamo prendendo la decisione di attaccarti”. Si devono avere processi decisionali rapidi con situazioni e azioni già predeterminate, all’occorrenza delle quali si agisce con immediatezza. I Paesi le hanno già decise e accettate in precedenza. Possiamo immaginare che nell’attuale Europa ciò sia possibile? Purtroppo no.

Il terzo problema è “l’esercito europeo”. Di cosa stiamo parlando? Oggi girano numeri senza alcun significato per una forza di intervento rapido europea. Vale la pena di ricordare la Nato e i 27 Paesi europei che la compongono. Di fatto le risorse militari delle nazioni europee, compresa una forza di reazione rapida, esistono già e sono nella struttura militare della Nato; non ci sono risorse diverse per l’esercito europeo e per la Nato; quello che ogni Paese mette a disposizione è ciò che ha già come assetti e capacità, e ovviamente non ha possibilità di duplicazioni per esigenze Nato o Ue.

In termini semplici l’esercito europeo c’è già, dentro la Nato. Quindi abbiamo un problema in più, perché se mai l’Ue decidesse un’operazione in un’area di crisi dovrebbe sottrarre forze che potrebbero a loro volta indebolire la Nato. Insomma, qui vale il principio dei vasi comunicanti: le risorse militari sono quelle che già abbiamo e che possiamo impegnare o per la Nato o per l’Ue, non ne abbiamo altre. Ma poi veramente possiamo immaginare un’azione militare europea e un non-intervento Nato? È difficile immaginare interessi europei minacciati e che ciò non sia così anche per la Nato. È vero che è possibile immaginare situazioni di crisi dove gli Usa non vogliano intervenire, per loro interesse di parte. Di nuovo questo sarebbe un segnale della debolezza attuale dell’Ue, specie in considerazione di quante volte siamo andati a “rimorchio” degli Stati Uniti senza avere la possibilità di partecipare al processo decisionale, messi di fronte al fatto compiuto. Se l’Unione fosse unita e forte potrebbe agire come gli Usa hanno agito nei nostri confronti, forzando la loro partecipazione. Ma ancora una volta bisogna ammettere che non abbiamo tale forza e che difficilmente la avremo.

Quarto problema: manca una visione unitaria per un vero e proprio apparato industriale della difesa europea. Anche in questo caso gli interessi nazionali sono un impedimento alla sua costituzione. L’Europa manca di standardizzazione degli armamenti e di interoperabilità; qualcosa è stato fatto sotto l’ombrello della Nato, ma ovviamente a scapito delle industrie europee ed a favore di quelle Usa che hanno imposto la loro forza. Anche le poche risorse economiche per la ricerca e sviluppo nel settore della difesa sono disperse tra molteplici programmi, il più delle volte similari, ma pensati a difesa di interessi nazionali e senza una reale visione unitaria europea. Inoltre, è abissale la differenza tra le risorse che l’Europa dedica alla ricerca, sviluppo e produzione di sistemi d’arma, paragonate a quelle a disposizione dell’apparato industriale della difesa americana. Si continua a pensare che la difesa si possa fare in economica mentre ha costi elevati. Inoltre non si è mai investito a sufficienza per spiegare alla popolazione tutto ciò, e gli europei sono ancora lontani dalla percezione reale che la loro sicurezza e la possibilità stessa di poter progredire in futuro ha un costo che essi sono chiamati a sostenere.

Insomma, l’esigenza di una difesa europea e di un esercito europeo sono al momento solo un sogno di molti politici che, come sempre, vedono in questo un ulteriore modo di riduzione delle spese nazionali per la difesa, pensando che mettendo tutti insieme si potranno ridurre i costi che oggi si sostengono. La loro miopia è grande come grande è l’attraversata del deserto che ci attende se veramente volessimo arrivare al traguardo di una difesa europea, perché di fatto si tratterebbe di rifondare l’Ue passando da una alleanza economica a una politica, e oggi purtroppo non si vedono i presupposti e la volontà per tutto ciò.

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