Il gruppo immobiliare in agonia e con le azioni ridotte a carta straccia secondo un’inchiesta del New York Times avrebbe chiesto nei mesi scorsi denaro ai propri dipendenti in cambio del mantenimento di bonus e benefit. Ma il giochino non ha funzionato e ora ad assediare il gigante finito a gambe all’aria ci sono anche i suoi stessi lavoratori…

Ormai è solo questione di settimane, forse giorni, prima che tutto crolli per davvero. L’agonia di Evergrande, assume sempre più i toni del dramma. Investitori infuriati, il rischio concreto che il contagio si estenda a tutto il settore immobiliare, che rappresenta tra il 16 e il 25% Pil cinese. Ma soprattutto, azioni che hanno perso l’87% nel corso dell’anno e nella seduta del 20 settembre cedono più del 18,9%. Tutta colpa di un debito verso il mercato, risparmiatori e obbligazionisti in testa, pari a 305 miliardi di euro.

I vertici di Evergrande, nell’attesa che il governo cinese intervenga con un salvataggio di Stato, stanno cercando compratori per le attività collaterali e soluzioni per ristrutturare il debito, ma lasciano già trapelare che il 21 settembre non ripagheranno una prima tranche dovuta a due banche. Non può dunque stupire che il contagio sia in realtà già partito: l’indicatore che raggruppa una dozzina di società del real estate, l’Hang Seng Property index è calato del 6% e Ping An,il gigante delle assicurazioni, ha lasciato sul campo l’8%.

Ma dentro le stanze di Evergrande è successo qualcosa di strano in questi mesi durante i quali il gruppo immobiliare scivolava lentamente verso l’abisso (qui l’intervista a Francesco Sisci). Come rivela il New York Times, tra azienda e dipendenti è andato in scena una specie di patto occulto. “Quando Evergrande ha cominciato ad essere a corto di liquidità, si è rivolto ai propri dipendenti per farsi prestare del denaro. Coloro che volevano mantenere i loro bonus e i benefit avrebbero dovuto concedere a Evergrande un prestito a breve termine”. Bene, anzi no.

Perché “alcuni lavoratori hanno sfruttato i loro amici e familiari per ottenere il denaro da prestare all’azienda. Altri hanno preso un prestito dalla banca. Poi, questo mese, Evergrande ha improvvisamente smesso di rimborsare i prestiti, che erano stati confezionati come investimenti ad alto interesse”. Tradotto, con il classico cerino in mano non sono rimasti solo i normali investitori che hanno sottoscritto i bond di Evergrande, ma anche gli stessi dipendenti del gruppo. E la sensazione che ci si trovi dinnanzi a un ricatto è forte. “Ora, centinaia di lavoratori di Evergrande si sono uniti agli acquirenti di case, agli obbligazionisti in preda al panico nel chiedere indietro i loro soldi, radunandosi fuori dagli uffici dell’azienda sparsi in tutta la Cina per protestare la scorsa settimana”.

Meno male che per un economista del calibro di Ed Yardeni, non siamo dinnanzi a una nuova Lehman Brothers. “Se è simile a qualcosa, è simile al Long-Term Capital Management, che è la calamità che si è verificata nel 1998 ma che è stata affrontata molto rapidamente dalla Federal Reserve e dalle principali banche e non ha avuto implicazioni globali”. Meglio così, sempre che Yardeni non si sbagli.

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