In una riunione notturna e informale, otto membri del cda Generali si sono schierati dalla parte di Donnet. Caltagirone e Del Vecchio hanno dalla loro tre consiglieri. Il 27 settembre il cda inizierà a preparare la lista per l’assemblea, con il manager francese al primo posto. Cosa possono fare i due azionisti che scalpitano per cambiare i vertici? Scenari, tempi e modalità di uno scontro al vertice della finanza italiana

Ieri sera si è tenuta una riunione informale del cda di Generali in cui si è discussa la ricandidatura di Philippe Donnet al vertice della compagnia. Il manager (che per ovvi motivi di opportunità non ha partecipato) ha incassato il voto favorevole di otto consiglieri, mentre tre si sono espressi negativamente e una si è astenuta. L’incontro era stato programmato quest’estate in vista del cda del 27 settembre, in cui si comincerà a lavorare per costruire la lista che il cda presenterà (per la prima volta) all’assemblea di aprile 2022.

Come raccontato nei giorni scorsi, nel principale gruppo assicurativo italiano c’è una certa tensione. O meglio, c’è una fazione composta da Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone che non fa più mistero di voler sostituire i vertici del Leone, colpevoli secondo loro di non aver fatto abbastanza per far crescere la società e portarla alle dimensioni dei principali competitor europei (Zurich, Axa, Allianz). Questo lo abbiamo letto sui giornali e nel comunicato che annunciava la nascita di un patto di consultazione tra il re degli occhiali e il costruttore romano. Critiche legittime, ma che finora non sono state affiancate né da una diversa strategia né da ipotesi di sostituti (neanche in via informale).

Tanto che ieri notte il resto dei consiglieri di amministrazione ha opposto a queste critiche le ragioni per cui il manager francese va confermato. A turno, ciascuno ha presentato numeri e dati: gli obiettivi societari sempre centrati (o superati), la razionalizzazione del gruppo, i dividendi distribuiti, la solvency ratio, la campagna acquisizioni per 2,5 miliardi (e le dismissioni per 2), il fatto che sia apprezzato dal mercato e dagli analisti. Numeri che nel cda conoscono bene, visto che gli ultimi due piani industriali sono stati approvati all’unanimità, dunque con l’assenso di Caltagirone e Del Vecchio, che nel board è rappresentato dal suo fedelissimo Romolo Bardin.

Cosa succederà nelle prossime settimane? E’ utile abbozzare una road map. Il 27 i membri del cda voteranno, salvo stravolgimenti, come ieri (con l’aggiunta del voto di Donnet a rimpinguare la maggioranza) e la società inizierà i lavori per comporre la lista del cda, una novità introdotta nello statuto durante l’ultima assemblea – anche questa con il voto favorevole dei neo-pattisti, che ora invece sembrano opporsi. Sarà un processo lungo: prima si chiede agli attuali componenti del cda se intendono candidarsi per un nuovo mandato; poi si verifica chi tra di loro ha perso il requisito dell’indipendenza; infine entrano in campo i cacciatori di teste per valutare nuovi profili. Nel frattempo avranno voce in capitolo anche i consulenti di governance e gli uffici interni di Generali.

Questa fase durerà vari mesi e si concluderà a ridosso della presentazione delle liste, più o meno a fine marzo. La domanda da 36 miliardi di dollari (i patrimoni di Del Vecchio e Caltagirone combinati, secondo Forbes) è: cosa faranno nel frattempo i due azionisti agguerriti? Leggendo le loro ultime mosse, non staranno a guardare. Ma rischiano di creare qualche imbarazzo nella governance del Leone. Cosa succede quando il cda prepara la sua lista, ma una fazione minoritaria del cda vuole presentarne una concorrente?

I lavori preparatori sono ovviamente riservati, e i pattisti saprebbero in anticipo chi e perché viene vagliato dalla maggioranza. Informazioni privilegiate e che possono essere usate a loro favore per indebolire il fronte avverso. Caltagirone e Bardin siedono nel comitato nomine che, pur avendo funzione solo consultiva e non deliberativa, ha un posto in prima fila nella scelta dei manager.

E poi c’è  Assogestioni, che nella scorsa assemblea ha presentato una sua lista di minoranza e portato due rappresentanti nel board (con l’appoggio di alcuni fondi e dei Benetton). Se Caltagirone e Del Vecchio prepareranno una lista opposta a quella del cda, come si schiererà l’associazione del risparmio gestito? Quando in Tim ci fu lo scontro Elliott-Bolloré, Assogestioni davanti ai due litiganti rinunciò a presentare una lista propria. Anche in questo caso si comporterà così?

A fronte del polverone sollevato dai due azionisti “attivisti”, il fronte della continuità pare muoversi con una certa calma. D’altronde la situazione è diversa da quella di Unicredit, in cui Mustier fu portato alle dimissioni da questioni societarie (il costoso aumento di capitale, la cessione dei gioielli Pioneer e Fineco) e politiche (l’opposizione all’operazione Mps); ma anche da quella di Tim, in cui gli azionisti sono stati spesso ai ferri corti e per anni si sono rinfacciati conti e obiettivi mancati, fino a trovare un equilibrio nell’era Gubitosi. Le zampe del Leone sono ben piantate tra Trieste e Milano, e per ora i due arrembanti imprenditori non sono riusciti a creare un vero terremoto. Per ora?

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